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E GIONA VIDE LA LUCE
Dalla caparbietà di una mamma che aveva "la morte in pancia" il primo centro che aiuta a portare avanti gravidanze con feti terminali
di Fabio Cavallari
(articolo tratto da "Tempi" - Luglio 2008)
Aborto: centinaia le motivazioni addotte per giustificare socialmente e personalmente una scelta tanto drammatica. Precarietà economica, precocità
del proprio percorso di vita, instabilità relazionale e soprattutto infauste diagnosi prenatali sul feto. Eppure, non pochi genitori, nel silenzio dei tam tam mediatici, decidono di privilegiare la vita. È a questi che si rivolge La quercia millenaria di Roma. Nata nel 2004 e divenuta onlus nel 2006, l'associazione sostiene genitori alle prese con una gravidanza che presenta
malformazioni fetali talmente gravi da far ritenere il nascituro un «feto terminale»; accompagna cioè la scelta delle famiglie che hanno deciso di dare alla luce un figlio che ha ricevuto la diagnosi di «incompatibile con la vita» a causa delle sue patologie, rinunciando al ricorso dell'aborto terapeutico. Si tratta dell'unico centro di aiuto per feto terminale operante in Italia.
Oggi la struttura di Roma può contare sulla collaborazione di specialisti in ginecologia e ostetricia, di un comitato scientifico e, soprattutto, di una rete di famiglie che hanno attraversato lo stesso percorso umano. L’associazione è collegata al miglior centro in Italia per la diagnosi e la terapia fetale, quello del Policlinico Agostino Gemelli di Roma guidato dal professor Giuseppe Noia, cofondatore, vicepresidente e direttore del comitato scientifico della Quercia millenaria onlus. La struttura ha disposto un alloggio gratuito nelle vicinanze del Gemelli per la residenzialità delle coppie nella fase delle terapie fetali o del parto. Proprio lì, siamo andati ad incontrare il presidente della Quercia millenaria, Sabrina Pietrangeli. È grazie a lei che l'associazione è nata e diventata punto di riferimento per la tutela della maternità e della vita del nascente.
Era il 2003 quando Sabrina è rimasta incinta del terzo figlio. Al quinto mese di gravidanza l'ecografia rilevò un quadro assolutamente critico. La diagnosi: malformazione alle vie urinarie con compromissione di un rene e assenza quasi totale del liquido amniotico. I medici parlarono di feto terminale, incompatibile con la vita. Se la gestazione fosse stata portata a termine con tutta probabilità il bambino uscendo dall'utero avrebbe perso la vita. La diagnosi fu confermata da altri medici che consigliarono l'aborto terapeutico. «Io e mio marito - racconta Pietrangeli - non ci pensammo neanche per un secondo. Poteva sembrare assurdo portare per nove mesi in pancia un bambino e poi vederlo morire. Ma avevo la certezza che quanto mi stava accadendo fosse stato già pesato sulle mie spalle dal Signore. Molti, tra famigliari e conoscenti, non comprendevano questa scelta. Andare in giro con il mio pancione portando in me la morte sconcertava tutti tranne me e mio marito. Portavo in giro un progetto di vita. Non una vita di novant'anni, ma di nove mesi».
A quindici giorni dall'infausta sentenza, Sabrina e il marito consultarono il professor Noia al Policlinico Gemelli, il quale, pur confermando la diagnosi, propose altre verifiche per mettere in campo tutti i mezzi per poter salvare quel figlio. Purtroppo il quadro clinico si confermò così compromesso da rinunciare a qualsiasi intervento. Il bambino di Sabrina avrebbe dovuto cessare la propria attività vitale nel giro di una settimana. Ma dopo venti giorni il bambino continuava a muoversi, anzi aveva intensificato la sua presenza.
«Quando abbiamo visto i risultati della seconda ecografia, stentavamo a crederci. Lo avevamo lasciato venti giorni prima, pieno di urine fetali nell'addome e quasi senza liquido amniotico. Lo ritrovavamo completamente ristabilito, non più con il piede torto, senza quella linea attorno alla testa che denotava scompenso cardiocircolatorio. L’uretere non sembrava più dilatato e il cuore funzionava perfettamente. Rimaneva un rene un po' ingrossato, ma il bambino, seppur a rischio, avrebbe visto la luce e sarebbe vissuto. Giona è nato il 25 agosto 2003 e per sette mesi siamo rimasti in ospedale. Ha subìto quattro interventi chirurgici, un blocco renale e una setticemia. Ora vive, è un bambino sano».
Sabrina scrisse la storia di Giona, Il manoscritto, prestato a un giovane amico pediatra, sbarcò in Sicilia e li provocò le prime reazioni a catena. Dopo averlo letto, due giovani donne decisero di non abortire. «Da quel momento abbiamo deciso di metterci al servizio degli altri, creare un sito internet, poi una rete di famiglie e il centro. C'è chi ci chiede se non sia egoistico mettere al mondo un bambino con una malformazione per averlo a tutti i costi. Ma io chiedo: non è forse più egoistico ucciderlo? ».

Eliminare non è terapeutico

Attorno alla Quercia millenaria negli anni si sono raccolti medici, neonatologi come Carlo Bellioni, psicologi, chirurghi ed esperti di temi etici come la dottoressa di ricerca di bioetica all'università cattolica del Sacro Cuore, Anna Dalle Ore. «Al cospetto di una gravidanza, noi ci troviamo di fronte a un
principio di realtà», spiega a Tempi Dalle Ore. «Ossia, dobbiamo riconoscere di essere nello stato di attendere la nascita di un bambino che c'è e non è un grumo di cellule. È una persona nel suo cominciamento. Ed è un evento naturale per ognuno di noi, che tutti siamo stati embrioni, arrivare al compimento, alla nascita. Nonostante questo, per ragioni diverse, si tende a far prevalere il principio di autonomia. L'autodeterminazione. Attraverso di essa la donna decide di arrogarsi il diritto di scegliere se quel bambino, che è
già vita, arriverà alla nascita o meno. L’evoluzione naturale è la nascita di quel bambino, poi la legge italiana codifica l'arbitrio umano, introducendo l'interruzione volontaria di gravidanza. Si produce addirittura un falso scientifico quando si parla di aborto terapeutico. È un ossimoro linguistico. Eliminare un paziente non è terapeutico. Una puntura intracardiaca che fa cessare il battito di un bambino non è un evento in suo aiuto. Di fatto, si anticipa l'evento morte, che in ogni persona è naturale dopo il parto, mai prima».
Oggi il centro si sta organizzando per costruire una casa-famiglia, in grado di aiutare, anche logisticamente, le tante coppie che stanno giungendo da tutta Italia. «Sono molte di più di quanto si creda le famiglie che decidono di affrontare questo percorso», sottolinea Pietrangeli. «Persone che hanno dato un senso alla loro sofferenza e quella sofferenza è diventata il senso della loro vita».
 
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