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UN ANNO FA MORIVA WELBY. CI HA INSEGNATO AD AMARE LA VITA
di Giuseppe Romano

(articolo tratto da "il Domenicale" - n° 51 Dicembre 2007)
Il 20 dicembre è stato un anno dalla morte di Piergiorgio Welby. Merita d'essere ricordato perché ha molto sofferto e perché ha speso l'ultima parte della sua vita in una testimonianza che lascia un segno indelebile nella vita degl'italiani.
Questa sua testimonianza, tuttavia, non riguarda il diritto a morire, come lui avrebbe voluto. Tra l'altro, l'assoluzione del medico che dopo mille polemiche gli "staccò la spina" conferma che Welby non è morto per eutanasia (che resta illecita in Italia sotto il profilo legale, oltre che sotto quello etico), bensì usufruendo del diritto a rifiutare le cure mediche. Questo è un diritto che, sì, è garantito dalla Costituzione.
Invece la testimonianza preziosa di Welby, ancorché involontaria, rimane quella della vitalità, della gagliardia, in definitiva dell'insopprimibile umanità che pulsa in corpi delle persone come lui, murate entro un corpo che non risponde più e che non si può guarire. Welby voleva morire, ma ha lasciato in tutti l'impressione forte di un uomo brillante, determinato, nel possesso delle sue facoltà: non inferiore a chicchessia, benché confinato in un letto. E disperato, purtroppo.
Il primo effetto della testimonianza di Welby è stato l'aver strappato all'anonimità migliaia di persone come lui. Quantunque nell'indifferenza di molta stampa, che preferiva crogiolarsi col tema mediaticamente più caldo dell'eutanasia sì-eutanasia no, contemporaneamente alla famosa lettera di Welby a Napolitano ci furono altre lettere e manifestazioni. In particolare, ci fu un sit-in di duecento carrozzine davanti al ministero della Salute, per reclamare dalle autorità civili il diritto non a morire, bensì a vivere con l'indispensabile dignità. Quando infatti malattie terribili come la sclerosi multipla, la distrofia muscolare (di cui soffriva Welby),la sclerosi laterale amiotrofica, tetraplegie da trauma o di altre origini prendono il sopravvento sulle normali funzioni dell'organismo, vivere diventa impresa dura. Parecchi di questi malati sperimentano l'incapacità a respirare senza ausilio, a vedere, a parlare,a muovere il più piccolo muscolo. E se per loro l'esistenza diventa faticosa, figurarsi per le persone che si occupano di loro: si tratti di familiari o di volontari, devono sobbarcarsi a un. duro e continuo compito. Che è una pre-condizione per la vita dignitosa di simili malati, insieme a macchinari di solito molto costosi e altrettanto indispensabili: come, per esempio, un comunicatore che permetta di esprimersi in maniera intellegibile attraverso minime movenze di un dito o perfino delle pupille. Piergiorgio Welby aveva un computer che svolgeva questa funzione. Parecchi non possono permetterselo.
Non c'è dubbio che persone così malate vorrebbero morire, se non avessero qualcuno che li ama, li assiste, fornisce loro ciò di cui hanno bisogno. Una pur minima necessità diventa un macigno insopportabile, se mancano l'aiuto e l'attenzione.
Due bei libri, in queste settimane, ci mostrano che invece nel mondo dei malati gravissimi e non autosufficienti prevale di gran lunga il grido in favore della vita. Leggete l'autobiografia del loro leader, il medico e malato Mario Melazzini (Un medico, un malato, un uomo, con Marco Piazza, Lindau, Torino 2007, pp. 144, €12,00), e le storie raccolte da Massimo Pandolfi in un un libro-inchiesta - L'inguaribile voglia di vivere, Ares, pp. 176, €12,00 - di cui abbiamo già parlato su queste pagine (8.9.07). Questi malati vogliono vivere. Ora lo sappiamo, anche grazie a Welby. Ed è anche chiaro che questa voglia di vivere è un diritto a cui lo Stato non può restare sordo.
 
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