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CESARE BATTISTI: NON CHIAMATELO RIFUGIATO
di Massimo Morici
(articolo tratto da "Panorama" - Gennaio 2011)
Cesare Battisti, criminale, terrorista, latitante. Un nome e un cognome che già facevano parte della storia: gli stessi dell’irredentista italiano di Trento, a cui sono intitolate piazze e vie in molte città lungo la Penisola. Ma il suo curriculum negli anni ‘70 è ben altro. Nato a Sermoneta nel 1954, in provincia di Latina, dopo aver abbandonato presto la scuola, si distinse da giovane come teppista e rapinatore. Iniziò, stando alle carte giudiziarie, nel 1972, quando fu arrestato per rapina a Frascati.
Appena uscito dal carcere nel 1974 decise di riprovarci: fu arrestato per rapina con sequestro di persona. Ma gli andò bene anche quella volta e non scontò la pena. Si fermò? Niente affatto, tanto che nel 1977 finì dietro le sbarre ancora per rapina, la sua specialità.
Spedito nel penitenziario di Udine, in carcere conobbe Arrigo Cavallina, fondatore dei Pac, i Proletari armati per il comunismo, una piccola formazione terroristica fuoriuscita dalla galassia dell’Autonomia operaia. Uscito dal carcere decise che il suo futuro non era quello del rapinatore, ma del  rivoluzionario. Così si unì alla formazione fondata da Cavallina, mai condannato per la partecipazione diretta a fatti di sangue. Recentemente il deus ex machina dei Pac ha dichiarato a Il Giornale: «Ho letto in questi giorni che nel 1974 Battisti era stato denunciato anche per atti di libidine su una persona definita nei verbali ‘incapace’. Non lo sapevo. Pensavo che fosse soltanto un onesto rapinatore…».
L’onesto rapinatore, infatti, come militante dei Pac partecipò a quattro omicidi, per i quali fu condannato anni dopo con sentenze definitive all’ergastolo: secondo i giudici, infatti, fu lui a sparare in testa ad Antonio Santoro, il maresciallo degli allora Agenti di Custodia a Udine il 6 giugno 1978, e all’autista della Digos Andrea Campagna (notato in tv, mentre faceva entrare in macchina un catturato) a Milano il 19 aprile 1979, mentre fece da copertura al killer che sparò a Lino Sabbadin, il macellaio ucciso a Mestre il 16 febbraio 1979, e fu co-ideatore e co-organizzatore dell’omicidio del gioielliere Pierluigi Torregiani, ammazzato cinque ore prima di Sabbadin a Milano. Commercianti uccisi dai terroristi “proletari” per aver reagito durante due rapine avvenute nei mesi precedenti: entrambi avevano sparato ai rapinatori per legittima difesa.
Nel 1979 Battisti fu arrestato all’interno di una maxioperazione contro il terrorismo. Ma due anni dopo evase dal carcere di Frosinone verso Puerto Escondido e poi a Parigi dove per anni ha frequentato la comunità degli italiani latitanti e dove diventò un apprezzato scrittore di noir, tanto da pubblicare i suoi libri con Gallimard, prestigiosa casa editrice d’Oltralpe.
Nel 1991 dopo una prima richiesta di estradizione, finì in carcere in Francia, ma venne rilasciato dopo quattro mesi: secondo Parigi Battisti non era estradabile. I giudici italiani non si dettero per vinti e inoltrarono nel 2004 una seconda richiesta di estradizione: e Parigi, questa volta, concesse il reimpatrio del latitante, che però sparì dalla circolazione, ricevendo la solidarietà di molti intellettuali della gauche, dal filosofo Bernard - Henry Lévy allo scrittore Daniel Pennac.
Scappò in Brasile, dove è stato ancora una volta arrestato nel 2007 a Copacabana. Ma anche qui il terrorista “scrittore” attirò le simpatie di 500 scrittori sudamericani che videro in lui un perseguitato dalla giustizia italiana. Non solo. Nel nostro Paese il sito online di letteratura Carmilla tre anni prima organizzò una raccolta firme (1.500) per esprimere solidarietà al latitante. Il resto è storia recente. L’ultima è la scelta dell’ormai ex presidente brasiliano Lula, a un giorno dalla scadenza del mandato, di non concedere l’estradizione. In un modo o nell’altro, Battisti è riuscito sempre a farla franca. Fino ad oggi.
 
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COMMENTI
05-02-2011 • GENNARIELLO
Quali grandiosi servizi può aver reso a queste pur civili nazioni per essere cosi protetto per anni? Dicono poi dell'Italia e di una sua certa fama. Ma questi governi e anche personaggi , diciamo di rilievo, quale visione del mondo possono avere considerata l'opera del "rivoluzionario" in questione?
 
 
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