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IL SENATORE PERA PRESENTA A ROMA "GESU' DI NAZARET" DI BENEDETTO XVI
di Marcello Pera
La presentazione:
Un giorno, un grande critico e storico della letteratura italiana, ad un interlocutore che insistentemente gli chiedeva il suo parere su un certo libro, rispose: "Guardi, non solo questo libro non l'ho letto, non l'ho neppure recensito!".
Mi trovo nella situazione opposta: questo libro di Benedetto XVI l'ho letto e ho avuto persino la temerarietà di recensirlo in qualche modo. La mia recensione è in uno scritto che ho consegnato a Monsignor Leuzzi, per gli scopi umanitari che egli vorrà farne. Siccome è lunga, talvolta tecnica e presumo anche noiosa, la lascerò da parte e qui mi concentrerò solo su un punto, che poi credo sia quello per cui io sono stato cortesemente invitato questa sera.
La mia posizione non è facile: i credenti mi dicono che odoro di zolfo, i laici che profumo d'incenso. Secondo gli uni, sono una minaccia per la fede, secondo gli altri, un pericolo per la ragione. Il guaio è che comincio a sospettare che abbiano ragione entrambi. E però vado avanti per la mia strada, con il conforto del mio Santo preferito, quell'Agostino che diceva che siamo tutti una massa damnati e che solo Dio un giorno deciderà, in modo imperscrutabile, a chi concedere la grazia della salvezza.
Favorito dal clima di questa basilica, comincio col confessare i miei peccati. Il più grave è di quelli che la teologia cattolica definisce "capitali": sono invidioso di Benedetto XVI. Perchè a lui riesce contemporaneamente di fare il Papa e di scrivere libri come questo, mentre a me, che pure amerei fare il Papa e scrivere libri come questo, non riesce di fare nè l'una nè l'altra cosa. Un altro peccato è di presunzione: a differenza dell'arcivescovo Muller, parlo di cose di cui non sono competente.
Contro il primo peccato non c'è richiesta di perdono che valga; contro il secondo, mi appello alla cortesia: perciò prego voi, e soprattutto l'autore di questo libro, che a me è particolarmente caro, di considerarmi come quegli studenti impreparati che, agli esami, appena capiscono la mala parata, per evitare un brutto voto, dicono: "ma professore (in questo caso: "Professor Ratzinger"), guardi che io ce l'ho messa tutta: ho preso persino gli appunti delle Sue lezioni!". Ecco, io sono uno che ha preso appunti e ha fatto del suo meglio.

Detto ciò, vengo al punto che ho deciso di trattare. E' una domanda che si può formulare cosí: quale ruolo ha la figura e il messaggio di Gesù nella vita individuale e collettiva di noi moderni? Dico "figura e messaggio" perchè questa è precisamente l'espressione di Benedetto XVI. Egli ci avverte di non aver scritto un'altra storia della vita di Gesù, anche se a quella storia presta la massima attenzione, bensí un incontro con la persona di Gesù Cristo, come ha ben detto l'arcivescovo Mller, da cui trarre una lezione per l'uomo moderno, che spesso considera la storia e la filologia come un grimaldello per ridurre Gesù alla dimensione di un qualunque essere umano, sia pure della massima influenza.
Di questa riduzione storica di Gesù ho esperienza personale. La mia biografia intellettuale non conta nulla e non interessa a nessuno, ma un episodio giovanile credo di poterlo raccontare perchè penso che sia paradigmatico.
Verso i 17-18 anni, anch'io mi sono posto la domanda "Chi era Gesù?". Ignorante com'ero anche se non cosí ignorante come sono oggi pensavo che la si potesse trattare alla stregua della domanda "Chi era Socrate?". Non avevo guide: non la famiglia, ancorchè devotamente cattolica; non la Chiesa, il cui catechismo mi sembrò avere, se non lo scopo, la conseguenza di raffreddare gli ardori delle fedi incipienti; certamente non la scuola. Fu cosí che un librario a cui sono ancora riconoscente mi mise tra le mani le Origini del cristianesimo di Alfred Loisy e la Vita di Gesù di Ernest Renan. Ne trassi una impressione che ancor oggi da vecchio mi orienta. Le testimonianze, i documenti, i racconti, i resoconti, insomma la storia, contano poco o nulla per rispondere alla domanda su chi era Gesù. Più tardi, sempre il mio Santo preferito, mi spiegò che per capire bisogna credere, credo ut intelligam. E lí sono rimasto, con diffidenza e scetticismo verso la esegesi storica. Credo che la vera questione che abbiamo di fronte oggi non sia quella della storia, bensí quella che ho appena ricordato, e cioè: a che serve Gesù? Per i credenti, la risposta è: serve per la nostra salvezza. Per gli altri credo che la risposta sia: serve per la nostra libertà.
Mi spiego. Tutto comincia con il processo a Gesù. Vorrei considerarlo mettendomi dalla parte di Ponzio Pilato, il cui comportamento è solitamente disprezzato mentre invece io lo ritengo encomiabile e illuminante circa la questione che ho sollevato.
Consideriamo la situazione. Che cosa ha fatto Gesù che sia penalmente rilevante, come si dice oggi? Ha caldeggiato una sommossa contro Roma? No. Si è ribellato alle autorità politiche? No. Si è eretto lui stesso ad autorità politica? No, niente di tutto questo. Proclama una nuova religione? Sí, ma pensa Pilato l'impero romano è pieno di superstitiones, anche di pravae o di exitiales superstitiones, come Plinio e Tacito chiamavano il cristianesimo, e però questo impero romano è laico e tollerante e non condanna alcun credo, a meno che i suoi aderenti commettano reati specifici. Perciò Pilato è in difficoltà: ha davanti a sè un imputato che gli accusatori vogliono far condannare ma manca la prova per condannarlo. Soprattutto manca la norma in base alla quale condannarlo. E Pilato non è un procuratore d'oggi: non avendo la norma e la prova, non se le inventa.
à per questo che Pilato per due volte fa a Gesù la stessa domanda "tu sei re?" quasi per farsi dare la stessa risposta e mandare assolto l'imputato. Ma Gesù non lo aiuta e la seconda volta gli risponde: "Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e sono venuto al mondo; per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità ascolta la mia voce". Al che Pilato solleva la celebre, e terribile, domanda: "quid est veritas?".
Pilato bisogna capirlo. à un vero romano e lo dobbiamo considerare un uomo religioso al pari di tutti i Romani. Solo che la religione dei Romani non parla della verità. Gli dèi di Roma presiedono a funzioni specifiche, come la guerra, le stagioni, la coltivazione, i raccolti, i matrimoni, la fecondazione, le nascite, eccetera, ma non parlano di alcuna verità, neppure di verità pratiche. Fissare le leggi vere, i discorsi veri, sulle attività umane compete agli esperti, i generali, i politici, i giuristi, oppure, soprattutto quando si tratti di questioni etiche, compete ai filosofi. à vero che alcuni filosofi, come i platonici o gli stoici, indagano per trovare l'unico, vero, Dio, ma il Dio dei filosofi non è il dio della religione, soprattutto non è il dio del culto. Gli dèi del culto romano sono e devono essere dèi utili, come, tra i massimi, lo sono Giove e la sua sposa Giunone, o Marte, Venere, Minerva, eccetera, oppure, per scendere ai minori, lo sono Giugatino utile per i monti, Collatino per le valli, Segezia per le messi, da tener ben distinta da Tutilina per la conservazione delle messi dopo il raccolto. Per questo per non essere stati neppure utili Agostino li derise: "Ubi ergo erant illi dii cum Romani tantis calamitatibus vexarentur?". Forse c'erano ma s'erano addormentati: "an praesentes forte dormiebant?".
Ecco perchè alla risposta di Gesù "sono venuto al mondo per rendere testimonianza alla verità" Pilato si trova impreparato: non capisce il nesso fra verità e religione e non capisce di che verità si tratti. Ha davanti a sè il testimone di una religione il quale non mette in questione Roma. Gesù, dicendo che egli è la verità o il vangelo della verità, va ben oltre: Gesù mette in questione il patto sociale dèi-uomini, nega che il regno di Dio sia di questo mondo e perciò nega il fondamento stesso dell'autorità di Roma come di qualunque altro potere politico.
Il contrasto non potrebbe essere più radicale. Pilato pensava esattamente come Numa e come coloro che in sèguito si sono riferiti a Numa, da Machiavelli a Rousseau a molti altri: e cioè che la religione deve essere utile al cittadino, deve servire a fondare lo Stato, deve essere un instrumentum regni. Per Gesù, la religione serve alla salvezza dell'uomo.
Ed è qui che Pilato cede, si arrende e infine si perde. Una interpretazione popolare, ingenerosa e a lui avversa, dice che, di fronte a Gesù, "Pilato se ne lava le mani". Ma non è propriamente cosí. Pilato non si lava le mani del caso giudiziario che ha sotto esame, anzi, questo caso egli lo tratta correttamente per quello che può. Pilato non si lava neppure le mani del problema della decisione giudiziaria, anzi egli vive e noi oggi siamo in grado di comprenderlo bene il dramma di un giudice che, da un lato ha la legge che egli deve interpretare e applicare senza scopi politici, e dall'altro lato ha un'opinione pubblica o, per dirla col nostro linguaggio, i "poteri forti" come i sacerdoti del tempio, i quali gli chiedono invece di applicare la legge per scopi politici. No, Pilato non si lava le mani di Gesù o del processo, Pilato si lava le mani del problema della verità.

Ecco il punto. Oggi che viviamo nell'epoca della secolarizzazione siamo nella migliore condizione per comprendere questo povero governatore della Giudea. Esattamente come Pilato, anche noi siamo impreparati al problema della verità. Di più. Una corrente di pensiero che nasce con la modernità ci ha fornito una teoria consolatoria per disfarci di questo problema: la verità dice questa corrente di pensiero non compete alla politica, all'etica e al diritto, che si organizzano secondo categorie proprie, quali, rispettivamente, l'utile, il buono, il legale; la verità appartiene alla scienza e a ciò che è riducibile al metodo della prova scientifica. Ne segue che, siccome l'utile, il buono e il legale non sono oggetto di prova scientifica, allora la politica, l'etica, il diritto non sono scienza, perciò sono senza verità.
Per i laici moderni, Pilato aveva ragione a lavarsi le mani del problema della verità. Per essi, la verità è solo scientifica e nasce, si consuma e muore in questo regno; un altro regno che di ogni verità contenga il fondamento e il criterio o non c'è o è irrilevante. Nel linguaggio ordinario odierno, il termine "pilatesco" si applica in senso deteriore a chi non si assume responsabilità, a chi rifiuta scelte dovute. Se è cosí, allora pilatesco in senso proprio ed eminente è proprio il laico moderno che non si assume la responsabilità della verità o perchè la nega in assoluto o perchè, considerando tutte le verità equipollenti, non si impegna su alcuna di esse.
Benedetto XVI si oppone a questa conclusione. Egli si chiede: "può la politica assumere la verità come categoria per la sua struttura? O deve lasciare la verità, come dimensione inaccessibile, alla soggettività e invece cercare di riuscire a stabilire la pace e la giustizia con gli strumenti disponibili nell'àmbito del potere?". La risposta non è facile. Da un lato, si deve evitare ciò che altrove Benedetto XVI e Giovanni Paolo II hanno definito "la dittatura del relativismo" (non c'è alcuna verità), ma dall'altro lato occorre ugualmente evitare ciò che potremmo chiamare la "dittatura della verità" (c'è una sola verità) o, come dice Benedetto XVI, la "menzogna ideologica" dei regimi oppressivi.
Smascherare l'ideologia è, e continuerà ad essere, un còmpito fondamentale. Noi oggi siamo pieni di buoni sentimenti verso i diritti dei popoli e combattiamo persino delle guerre per tutelare questi diritti. Ci crediamo cosí tanto, o facciamo mostra di crederci cosí tanto, in queste cause nobili che violentiamo persino il buon senso e il vocabolario, chiamandole "guerre umanitarie". Senza entrare in questo argomento, il punto è che non si può smascherare la menzogna di alcun potere oppressivo se non denunciando che quella che esso ci somministra non è la verità. Senza la verità non c'è la menzogna, perchè è con il progressivo smascheramento della menzogna che si scopre la verità.
Il laico moderno è più pilatesco di Ponzio Pilato. Vuole denunciare la menzogna dei regimi totalitari nel nome della democrazia, ma poi si contraddice perchè nega la verità della democrazia. Vuole liberare i popoli dall'oppressione nel nome dei diritti fondamentali di libertà, ma poi si contraddice perchè nega la verità dei diritti fondamentali di libertà. Vuole costruire Stati liberali e abbattere tiranni, ma poi si contraddice ancora perchè mette in disparte o nega la verità cristiana dell'uomo-persona creato da Dio a propria immagine, che del liberalismo è il fondamento religioso.
Che vuol dire questo? Che la politica liberale, democratica, dei diritti, del rispetto, non è laica? No, vuol dire che la laicità non basta a se stessa. Vuol dire che la laicità è una categoria del cristianesimo. Lungi dall'essere incompatibile con esso, lo presuppone.
Qui, precisamente da dove dovrei cominciare, mi fermo. Ho parlato da credente alla mia maniera. Fuori, mi aspettano i laici. So già come andrà a finire. Comunque: grazie, Santità!
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