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CRISTIANI A SARAJEVO
di Roberto Cavallo
Il Prof. Morozzo della Rocca, docente di Storia dell’Europa orientale all’Università di Roma Tre, fra fine marzo e inizio aprile 2009 intervista il cardinale Vinko Puljic, arcivescovo di Sarajevo sin dai tempi della guerra e dell’assedio: ne nasce un libro (Cristiani a Sarajevo, Paoline, Milano, 2010, pagg. 146) che va ben al di là della descrizione della situazione religiosa e politica locale.
Il professore e il cardinale mettono a nudo realtà di ieri e di oggi, denunciano ideologie che hanno procurato tanto dolore all’uomo della strada, in un’accavallarsi di violenze inaudite che hanno fatto del ‘900 il secolo dei più grandi genocidi e del più alto numero di martiri cristiani, anche nell’ex-Jugoslavia. Ma andiamo con ordine.
Vinko Puljic nasce nel 1945 a Banja Luka, in Bosnia, da genitori cattolici di origine croata, in una famiglia che definire numerosa è un eufemismo: 21 figli in tutto!
Il 7 dicembre 1990 è nominato arcivescovo di Sarajevo.
La Bosnia per lunghi secoli è stata un crocevia di popoli e di fedi religiose. Al cristianesimo originario (tanto cattolico che ortodosso) l’invasione turca del XIV secolo sovrappose l’Islam, all’inizio praticato da una parte della popolazione solo per pura formalità, e cioè per evitare di venire esclusa dai benefici dei conquistatori.
Dopo la fine della seconda guerra mondiale Vinko Puljic - come tanti della sua età - è passato dalla tragica esperienza del socialismo, delle cui brutture è stato lucido testimone: “Il comunismo consisteva in continue bugie. Contro Stepinac, contro la Chiesa, contro i sacerdoti. Tanti preti, tante suore, tanti intellettuali onesti erano in prigione. C’era un piano contro gli intellettuali cattolici e contro la Chiesa cattolica.” (pag. 23). In un suo famoso discorso del 2006 Puljic descrive il comunismo come “male sociale”.
Ma al peggio, come si dice, non c’è limite. Nel 1991, alla vigilia della guerra originata dal processo di dissoluzione della Jugoslavia, i cattolici croati di Bosnia erano 820.000, il 17% della popolazione: oggi sono appena 460.000, il 9% degli abitanti. Al contempo i serbi sono passati dal 33% al 37%, mentre sono soprattutto i musulmani (i cosiddetti “bosgnacchi”) ad essere cresciuti vertiginosamente, superando il 50% e diventando la maggioranza assoluta. Nella stessa Sarajevo i cattolici prima della guerra erano 60.000, adesso appena 13.000.
Che è successo?
Oggi la Bosnia-Erzegovina, conformemente agli accordi di pace di Dayton del 1995, è uno Stato unico (sotto tutela internazionale grazie alla figura istituzionale dell’Alto Rappresentante), ma diviso in due entità: la Federazione croato-musulmana e la Repubblica Srpska. In entrambe le entità i cattolici hanno sofferto e sono diminuiti di numero.
Nelle zone serbe si è trattato di una pulizia etnica attuata violentemente dal 1992 al 1995; nella Federazione croato-musulmana l’esodo dei cattolici – verificatosi ovunque tranne che in Erzegovina occidentale dove i croati sono maggioranza compatta – è avvenuto piuttosto per le condizioni di vita rese difficili dall’elemento musulmano, nettamente maggioritario una volta che i Serbi, cristiano-ortodossi, si sono concentrati nella loro entità territoriale della Repubblica Srpska.
Accade così che Sarajevo, storica e simbolica vetrina di multietnicità, multiculturalismo e multiconfessionalismo, è diventata una città al 90% musulmana: la Sarajevo di oggi, afferma nella prefazione il Prof. Morozzo della Rocca, è una realtà islamica e questo va sottolineato tanto più perché l’Occidente, dopo aver mitizzato come uniche vittime belliche i musulmani, guarda ancora a Sarajevo come a una città pluralista marcata dalla più larga tolleranza. E invece – sottolinea l’Autore – la Sarajevo della convivenza fra popoli e culture diverse è solo un ricordo pallido del passato. L’attuale governo a preminenza musulmana continua a presentare una città pluralista, sfruttando il portato della storia. Tuttavia, alle spalle della città ufficiale, c’è una realtà monolitica poco visibile al visitatore che si limiti a constatare come cattedrali, moschee e sinagoghe antiche facciano sempre bella mostra di sé, le une accanto alle altre nel centro città.
Il Prof. Roberto Morozzo della Rocca rincara la dose: “Nella Federazione croato-musulmana è in atto una pulizia etnica non cruenta, ma non per questo meno effettiva di quella praticata dai Serbi in tempo di guerra nei territori oggi divenuti Repubblica Srpska. I cattolici se ne vanno, ogni anno a migliaia: chi in Croazia, chi in Germania, chi negli Stati Uniti.”
E il cardinale Puljic conferma che “…Se non hai un cognome islamico, il lavoro non lo trovi. E se dei vandali entrano nelle chiese, aggrediscono, danneggiano, profanano, per la polizia sono minorenni non perseguibili dalla giustizia.” (pag. 56). Per certi aspetti c’è un vero assedio dei criminali, o di presunti tali, contro le chiese, che in molte parti del Paese vengono regolarmente profanate.
A fronte di questa situazione l’arcivescovo di Sarajevo, che ha vissuto la guerra mettendo più volte a repentaglio la propria vita per il bene del suo popolo, appare un testimone di pace e di convivenza ancora possibile. Come nota l’Autore, “Non c’è risentimento in lui, semmai richiesta di giustizia…La comunità internazionale – però – sembra sorda, trovando comodo trattare solo con il più forte, in questo caso l’elemento musulmano, e questo elemento preponderante viene secondato e accontentato…” (pag. 7).
Non resta che cogliere, con un senso di angoscia che sopravanza la tristezza, come anche in Europa, in questo angolo d’Europa, sia in atto il medesimo processo per cui in Medio Oriente – dall’Iraq all’Egitto – tante comunità cristiane stanno adesso soffrendo e rischiando l’estinzione. Con l’aggravante che in Bosnia tutto ciò accade sotto lo sguardo indifferente e cinico delle istituzioni europee. Dice Puljic: “Ho controllato un progetto finanziato dalla Comunità europea, un progetto che dava tanti soldi, ma solo un ottavo era realizzato sul territorio. Il resto si perdeva in amministrazione…E quando la Chiesa attua qualche progetto è ignorata dall’Europa. Non posso capire questa fobia europea verso la Chiesa cattolica. A Bruxelles non danno alcun finanziamento. Appoggiano qualche progetto della Chiesa ortodossa e dei musulmani, ma non dei cattolici. E quando qualcosa ai musulmani non piace, subito la si cambia. Verso i cattolici invece non c’è timore di offendere. E’ una schizofrenia dell’Europa.” (pag. 118).
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