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RICOSTRUIRE UN'EUROPA CRISTIANA
di Rodolfo Casadei
(articolo tratto da "Tempi.it")
Monsignor Fisichella, dato per futuro “ministro” della rievangelizzazione dell’Occidente, spiega perché la Chiesa ha un ruolo centrale nella ricomposizione delle mille crisi del continente. E annuncia grandi novità nei rapporti con Ankara

«Anch’io l’ho letto sui giornali. Ne so quanto lei». Monsignor Rino Fisichella stoppa con modi urbani il cronista in cerca di autorevole e clamorosa conferma alla notizia secondo cui un Pontificio consiglio per la nuova evangelizzazione, cui verrebbe affidato il compito niente meno che di ricristianizzarel’Europa, sarebbe alle viste. Le voci dicono pure che l’attuale presidente della Pontificia Accademia per la vita verrebbe posto a capo del nuovo dicastero. Comunque stiano le cose, approfondire il punto di vista del prelato che è anche il cappellano della Camera dei deputati sulle crisi che stanno investendo l’Europa è fortemente istruttivo. E riserva alcune sorprese.
Eccellenza, alla crisi morale dell’Europa di questi anni (alti tassi di aborto e divorzio, figli nati fuori dal matrimonio, crescita delle tossicodipendenze) si sono aggiunte negli ultimi tempi crisi economico-finanziarie (i problemi di Grecia, Portogallo, Spagna) e ora anche istituzionali(l’impasse di governo nel Regno Unito e in Belgio, la debole leadership tedesca di fronte alla crisi finanziaria greca). C’è un nesso fra queste difficoltà e l’egemonia della cultura illuminista radicale che sembra impregnare di sé la vita degli Stati e le politiche dell’Unione Europea,denunciata a più riprese dal Papa e dalla Chiesa?
Nel discorso di Subiaco l’allora cardinal Ratzinger pose una questione a cui non venne data risposta:la cultura illuministica e razionalista che l’Occidente ha assunto con la modernità e che l’Unione Europea ha fatto sua, dispone realmente di premesse e contenuti adeguati per porsi come piattaforma universale? La risposta che non è stata data in termini di analisi culturale oggi arriva dai fatti. Notiamo una profonda crisi determinata da una grande frammentazione, che porta i vari paesi a rinchiudersi in se stessi e a rinunciare alla tensione all’unità, verso la quale i popoli non mostrano più entusiasmo.L’Unione Europea è in crisi d’identità perché non riesce a esprimere un progetto unitario che guardi al futuro con un’idealità coerente, e l’allargamento a nuovi paesi aderenti non ha fatto che aggravare il problema. La crisi finanziaria, allora, non è soltanto la conseguenza della crisi globale che ci investe,ma è anche il prodotto della debolezza dell’Unione Europea, che non solo non ha un progetto unitario,ma è partita con il piede sbagliato pensando che si potesse creare un’unità partendo dalla moneta. La dinamica di integrazione europea appare come l’opposto di quella americana. Gli Stati Uniti prima hanno ricercato un’identità, e poi hanno creato l’unità finanziaria con una valuta unica. L’Europa,invece, è partita con una moneta unica pensando poi di produrre un’unità culturale. Tuttavia, di fronte alla crisi non dobbiamo demoralizzarci. Dobbiamo vedere in essa una grande opportunità.L’opportunità per far emergere un progetto che abbia successo nel futuro.
Benedetto XVI ha detto più volte che l’Europa ha bisogno di una laicità positiva e non di quella negativa, fino ad oggi dominante. Lei intravede in qualche paese, in qualche forza politica o in qualche livello politico dell’Unione Europea un accenno, un inizio di laicità positiva?
Due anni fa al Collège des Bernardins di Parigi il Papa ha fatto un discorso di alto spessore culturale su questo tema, e ha trovato un interlocutore nel presidente francese Nicolas Sarkozy. Il quale è andato oltre, mettendo a tema l’apporto delle religioni e in modo particolare quello del cristianesimo alla fondazione dell’Europa. Bisogna poi sottolineare che oggi l’Unione Europea include anche l’Europa dell’Est, dove troviamo grandi nazioni che vivono una profonda tradizione religiosa. Pensiamo ad esempio alla Polonia, alla Romania, a paesi che stanno per entrare come la Croazia. Poi bisogna dire che non sempre gli eletti nei differenti parlamenti sembrano interpretare veramente l’identità e il sentire del popolo. Io sono convinto che l’identità europea e il sentire del popolo in molte nazioni sono ancora profondamente cristiani.
L’Italia, almeno fino alle recenti fibrillazioni all’interno della principale forza politica, ha dato un’impressione di solidità economica e istituzionale inusitata, a fronte di altri paesi europei. Che contributo potrebbe dare in questo momento?
Da parte italiana già vedo un apporto molto positivo che viene dato. Penso alla posizione sulla solidarietà con la Grecia nel contesto della crisi finanziaria. Vedo una lucida assunzione di responsabilità nei confronti degli altri paesi e soprattutto della costruzione europea. Io posso vedere questo con grande favore, perché significa che l’Italia mantiene ancora la sua forte idealità, in sintonia coi padri fondatori dell’Unione Europea, che erano cattolici: Robert Schuman, Alcide De Gasperi,Konrad Adenauer. L’Italia è un paese certamente geloso della laicità delle proprie istituzioni, ma contemporaneamente è fiero delle proprie radici e identità cristiane. In questo frangente, si sta dimostrando capace di proporre un equilibrio fra solidarietà e responsabilità, e questo accade proprio mentre emergono ragionamenti strumentali all’interno di altri paesi europei.
In Europa sono apparsi, in questi ultimi anni, partiti populisti che, pur non collegandosi esplicitamente alla dottrina sociale della Chiesa cattolica, rivendicano la difesa della tradizione giudaico-cristiana europea. Penso alla Lega Nord in Italia, al Partito per la Libertà di Geert Wilders in Olanda. Come valuta questo fenomeno? Molti lo temono come una strumentalizzazione della fede cristiana per politiche xenofobe.
Nell’attuale frangente la Chiesa è più che mai gelosa della propria identità, ma è anche molto attenta a non lasciarsi strumentalizzare. Appartiene all’identità propria della Chiesa cattolica il richiamo alla laicità e alla distinzione fra ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio. Quindi da questo punto di vista non è pensabile che ci sia una dimensione strumentale della fede o dei valori cristiani, che sarebbe grandemente negativa; mentre credo che sia giusta la rivendicazione della conservazione dei propri valori e del proprio patrimonio culturale, e quindi il mantenimento di una propria identità. Vorrei aggiungere inoltre che da un punto di vista non politico, ma culturale, la difesa dell’identità non significa rinchiudersi nel passato, ma implica il restare aperti alle nuove istanze. La tradizione è un fenomeno vitale, dinamico, che non altera i contenuti che appartengono all’identità, ma li sviluppa costantemente.
Alle porte dell’Europa bussa la Turchia, un mondo molto diverso da quello che abbiamo conosciuto nei sessant’anni di integrazione europea. Come dovrebbe comportarsi l’Unione?
Ho recentemente incontrato l’ambasciatore turco presso la Santa Sede. Ci siamo ritrovati d’accordo che è necessaria una collaborazione soprattutto a livello culturale sui temi etici. Dobbiamo valutare,alla luce della ragione, e quindi di una visione universale, in che modo la visione cristiana della vita e quella musulmana possano trovare elementi comuni – anche di difesa comune – di fronte alle grandi sfide della bioetica.
In che rapporto sta la nuova evangelizzazione dell’Europa con l’azione politica di cristiani e uomini di buona volontà? C’è chi pensa che è inutile per i cristiani impegnarsi in battaglie politiche, perché a cambiare i cuori e quindi poi per ricaduta la società è solo la testimonianza cristiana di tipo personale.
Come dicevano gli antichi: «Unum facere, et alium non omittere», bisogna fare una cosa senza dimenticare l’altra. L’annuncio e la testimonianza sono importanti, ma sono determinanti anche l’impegno e la responsabilità diretta che vengono assunti da chi come cattolico si impegna non solo nella vita pubblica, ma in tutti i settori della società: cultura, imprenditoria, sindacato. Il problema di fondo è che si è voluto escludere Dio dalla vita pubblica, e questo porta inevitabilmente a verificare le conseguenze della crisi che noi viviamo. Pertanto occorre riproporre con convinzione e con forza il valore pubblico del cristianesimo, Dio deve ritrovare un posto nella sfera pubblica. Perché l’orizzonte politico, l’orizzonte culturale, la dimensione economica o sociale, da sole non bastano a dare una risposta alla domanda fondamentale di senso che è presente in ogni persona. In ogni uomo europeo rimane inevitabilmente intatta la questione antropologica, cioè la questione di dare una risposta alla domanda di senso della vita umana. E se si esclude a priori Dio, non si riesce a uscire dal labirinto delle proposte che vengono fatte. Non dimentichiamo che la storia di duemila anni ci insegna che il cristianesimo e la Chiesa cattolica sono stati e rimarranno ancora un elemento di coesione, di unità e di pacificazione fra i popoli europei. Questo è un valore fondamentale, l’Europa non può esimersi dal prenderne coscienza e favorirne lo sviluppo.
Dunque l’esistenza di politici cristiani è indispensabile? Oppure se ne può fare a meno, poiché la Chiesa potrebbe comunque sempre negoziare coi poteri secolari?
La presenza di politici cristiani non solo è indispensabile ma è necessaria, perché la Chiesa sa benissimo quali sono i confini entro i quali è chiamata ad operare. La Chiesa sa benissimo che la sua missione è anzitutto quella di annunciare Gesù Cristo. Poi devono essere i laici, impegnati nella politica e nei diversi settori della società, a rendere visibile e concreto tale annuncio.
 
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OCCIDENS - periodico di cultura, politica, società - Reg. Tribunale di Lucca n° 902 del 26/08/2009 - Direttore Responsabile: Mauro Giovanni Celli

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