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IL LIBERALISMO E IL RUOLO POLITICO DELLE RELIGIONI
di Pierluigi Barrotta

(articolo tratto da "Libro Aperto" - n° 51 Ottobre-Dicembre 2007)
Alla fine degli anni novanta, per la precisione nel 1992, il politologo americano Francis Fukuyama scrisse un libretto destinato a far discutere. A suo parere, con la caduta del muro di Berlino il liberalismo e le economie di mercato erano destinate a trionfare. Non a caso, il libro aveva un titolo evocativo: La fine della storia. Nel 1996, uscì un altro libro, intitolato Lo scontro delle civiltà, del politologo Samuel P. Huntington. Il libro non suscitò un immediato interesse, ma divenne un best seller all’indomani dell’attentato delle Torri Gemelle. La sua tesi, infatti, era che la religione sarebbe diventata un fattore assai rilevante nella definizione delle relazioni internazionali. Tutte le argomentazioni del libro si contrapponevano nettamente a quelle di Fukuyama. Mentre Fukuyama prevedeva una tranquilla affermazione della civiltà occidentale, il libro di Huntigton la vedeva in progressivo arretramento di fronte al sorgere di società portatrici di valori assai differenti da quelli del liberalismo.
Oggi pochi dubitano che Huntigton abbia colto nel segno. Nel linguaggio politico, il solo parlare di “scontro di civiltà” suscita indignazione e provoca proteste. In nome della tolleranza, si ripete in continuazione, bisogna rifiutare lo scontro e incorragiare il dialogo. Tuttavia si tratta di una lettura assai sbrigativa del libro di Huntigton. Parlare di “scontro”, infatti, non significa necessariamente evocare uno “scontro armato”. Quello che Huntigton ci dice è un’altra cosa: i valori che definiscono l’Occidente non solo non sono universalmente accettati (al punto di porre fine al mutamento storico), ma sono oggi soggetti a sfide formidabili.
Nei giorni scorsi, l’Economist ha pubblicato un numero con il titolo The new wars of religion (le nuove guerre di religione). All’interno, un inserto documenta la crescente importanza politica delle religioni in tutte il mondo. È infatti impressionante il numero dei conflitti dove la religione svolge un ruolo non secondario. Inoltre, come nota l’autorevole settimanale britannico, si tratta di conflitti assai differenti dalle vecchie guerre di religione. Nel passato, mi riferisco alle guerre di religione in Europa, questi conflitti erano gestiti dagli Stati, secondo il principio “cuius regio, eius religio”, mentre ora si tratta di conflitti che vengono, per così dire, dal basso. In passato, l’intera Inghilterra passò dal cattolicesimo al protestantesimo per il volere e gli interessi di Enrico VIII. Oggi nessuno pensa di poter fermare gli attacchi terroristici con un semplice accordo tra Bush e i vari principi arabi. Infine, non bisogna dimenticare che le religioni coinvolgono da vicino la stessa dimensione scientifica, etica ed economica. La polemica tra creazionisti ed evoluzionisti è un esempio del primo tipo. Le polemiche sui matrimoni gay o sull’eutanasia sono esempi del secondo tipo, le ricerche sulle cellule staminali e le biotecnologie sono esempi del terzo (ed anche del secondo) tipo.
Credo che sia impossibile continuare a trattare questi fenomeni con i vecchi arnesi concettuali del liberalismo classico. Tralasciando per il momento la campagna antioccidentale dei fondamentalisti islamici, che rende improponibile l’ottimismo di Fukuyama, tali arnesi sono insufficienti persino nella definizione delle politiche interne agli stessi paesi occidentali.
Tradizionalmente, il liberalismo ha avuto due atteggiamenti nei confronti della religione. Molti liberali erano convinti che in una società libera si sarebbero affermati spontaneamente i valori propri della religione cristiana. A loro parere, non c’era conflitto tra liberalismo e religione (cristiana) perché entrambi si radicano sulla ragione umana, la cui natura è universale. In Italia, un buon esempio di questo tipo è offerto dal libro di De Ruggiero, Storia del liberalismo europeo. Questo modo di concepire i rapporti tra liberalismo e religione ha tuttavia lasciato il posto ad una diversa concezione, più in linea con relativismo morale oggi maggiormente alla moda. Per molti liberali, la scelta della religione è un fatto esclusivamente privato. In una società libera le persone possono e devono poter scegliere la propria religione esattamente come si sceglie un bene di consumo oppure il proprio libro preferito. Sono scelte che forse possono essere difese con argomenti, ma che, per definizione, non travalicano la sfera privata. Quest’ultima versione del liberalismo è andata a pezzi proprio dalla constatazione che le religioni non si lasciano facilmente imprigionare dalla distinzione “pubblico/privato”. Infatti, a ben vedere, le religioni sono oggi rilevanti per capire dove tale distinzione vada tracciata. Si prenda il caso dell’aborto. Dire che ognuno deve essere libero di scegliere come meglio crede, alla luce delle proprie convinzioni, significa già dare ragione al partito pro-choice e torto a quello pro-life. La distinzione tra pubblico e privato non è in se stessa messa in discussione. Entrambe le parti sono in genere d’accordo che è necessario tracciare una linea di confine, ma sono profondamente in disaccordo su tutto il resto. Ed è diffcile negare la rilevanza della religione dei dibattiti pubblici che riguardano precisamente quale confine deve avere la sfera del privato.
Né è facile immaginare altre soluzioni, diverse da quelle liberali. Sempre nell’inserto dell’Economist si illustra la decisione del governo cinese che, in Tibet, ha proibito ai monaci buddisti di reincarnarsi senza l’autorizzazioni di una apposita agenzia governativa. Lo scopo è propio quello di risolvere eventuali conflitti tra Stato e religione tramite una “istituzionalizzazione dei procedimenti di reincarnazione”. Ovviamente, la proposta è tanto bizzara da far sorridere. È evidente che una simile proposta può solo insprire il conflitto tra le popolazioni tibetane e i dominatori cinesi.
Un’altra proposta è quella giacobina, fatta propria, almeno implicitamente, dal governo francese durante la polemica del velo nelle scuole. La laicità è, in questo caso, affermata come un valore da opporre ai valori religiosi. La conseguenza di questa proposta è, ovviamente, che una nuova religione (quella laica) si scontra con tutte le altre religioni. Anche questa non sembra questa una buona strategia per risolvere i conflitti tra Stati e religione.
La situazione non diventa più semplice si si passa dalle politiche interne ad un paese a quelle che riguardano le relazioni internazionali. Il liberalismo è nato come una dottrina che afferma valori universali. Oggi numerose discipline (dalla antropologia culturale alla stessa filosofia della scienza) spingono verso concezioni relativistiche, in cui si riconosce uguale validità a forme sociali assai differenti. Così, oggi, se il liberalismo viene presentato come dottrina universale viene subito accusato di arroganza intellettuale. D’altro canto, il relativismo spinge all’accettazione di ciò che invece appare inaccettabile data la nostra sensibilità culturale (basti pensare alla violazione dei diritti nelle donne in molti paesi del terzo mondo). Da un punto di vista politico, quest’ultima posizione, assai comune a sinistra, conduce a visibili ondeggiamenti e ipocrisie. Non si capisce, ad esempio, perché i diritti delle donne vengano con forza difesi in patria e trascurati quando sono violati all’estero, in nome di tradizioni culturali diverse da quelle occidentali.
Nessuno è in grado di trovare chiare risposte a questi problemi. Lo stesso numero dell’Economist, un giornale sicuramente liberale come impostazione, solleva più problemi ed interrogativi che risposte. Tuttavia non posso esimermi da dare qualche suggerimento, da sottoporre ai lettori di LibroAperto.
Per quanto riguarda le politiche interne, sarebbe opportuno riprendere quella forma di liberalismo che incoraggiava l’alleanza tra liberalismo e religione cristiana. Oggi, politiche di questo genere sono subito associate al neoconservatorismo, ma è questa un’opinione riduttiva. In primo luogo, come abbiamo visto appartengono anche al liberalismo più tradizionale. In secondo luogo, contrariamente a quello che si crede, in Italia queste politiche richiedono il superamento del Concordato, cosa che conferma la loro impronta tipicamente liberale. Infatti, è ragionevole sostenere che la protezione dello Stato conduce ad un indebolimento, non al rafforamento della religione cristiana. Posso qui far proprio il ragionamento svolto dal direttore dell’Acton Institute di Roma, Kishore Jayabalan, intellettuale assai vicino a Papa Giovanni Paolo II, il quale cita un fatto e adduce un ragionamento in favore dell’abolizione del Concordato. Il fatto è il seguente. Negli Stati Uniti le relazioni tra Stato e Chiesa sono regolati dal Primo emendamento, che semplicemente afferma il principio di libertà religiosa. Eppure, i movimenti cristiani (inclusi quelli cattolici) sono ancora abbastanza diffusi e oggi in fase di rinascita. Al contario, in Gran Bretagna, la Chiesa anglicana è oramai moribonda, e in Italia ci si lamenta della progressiva scristianizzazione del paese. Il ragionamento, che forse spiega il fatto, è il seguente. La predominanza di un gruppo religioso, sancita dallo Stato, rende ostili coloro che non appartengono a tale religione nei confronti della religione dominante. L’immigrazione e la diminuzione delle nascite potrebbero rendere in futuro il fenomeno ancora più grave. In defintiva, una Chiesa protetta dal concordato è anche una Chiesa a cui si impedisce di formulare tesi convincenti. Si tratta, ovviamente, di problemi che meriterebbero una discussione più approfondita di quanto possa fare in questa sede. Vorrei, tuttavia, aggiungere che l’analisi di Kishore Jayabalan è in linea con molti studi sociologici, che hanno messo in evidenza quello che è stato definito l’ “effetto di spiazzamento” dell’intervento dello Stato sui valori e le tradizioni religiose. Dallo stesso punto di vista della religione cattolica e cristiana, è molto meglio rinunciare alla protezione dello Stato e invece richiedere un maggior apertura alla libera competizione, che include, tra le altre cose, politiche che favoriscono le libere iniziative delle associazioni di volontariato.
Per quanto riguarda le relazioni internazionali, bisogna sfuggire alla sfortunata e sovente malintesa dicotomia tra universalismo e relativismo. I neoconservatori americani, partendo dall’assunto che le democrazie liberali incorporano valori universali, ne hanno fatto discendere la tesi che la democrazia possa essere imposta anche con la forza delle armi. Con ciò essi ignorano la forza delle diverse tradizioni locali. Si prenda il caso dell’Iraq. Una democrazia parlamentare ha bisogno almeno di un’opinione pubblica, la quale decide come votare a seconda dei programmi e dei leader politici. Se invece le tradizioni locali sono tali che le persone tendono a votare in base alla loro appartenenza etnica il risultato può anche essere la guerra civile, non l’avvio della democrazia parlamentare.
Il rifiuto di un malinteso universalismo, tuttavia, non deve condurre all’accettazione del relativismo. Dal fatto che tutte le tradizioni locali devono essere rispettate non segue logicamente o concettualmente che tutte le tradizioni hanno uguale valore. Se così fosse, la stessa ricerca morale non avrebbe senso (perché discutere se già sappiano il risultato con cui si deve concludere la discussione?). Perciò, la consapevolezza dell’importanza di tradizioni locali estranee al liberalismo non ci deve esimere dal difendere e diffondere i valori tipici del liberalismo, quali l’uguaglianza di fronte alla legge, la proprietà e il mercato come strumento non solo di efficienza ma anche di libertà, la tolleranza, e così via. Se certo universalismo è arrogante, certo relativismo può solo suggerire una politica estera contraria a tutti valori in cui l’Occidente si è fatto storicamente portatore.
 
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