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PUCCINI E PANNUNZIO
di Carla Sodini
Nel primo numero, uscito il 3 giugno 1921, la «Cronaca di Lucca» riportava un episodio destinato a fare molto discutere in città. Il giorno precedente, infatti, un giovane avvocato di origine abruzzese, Guglielmo Panuinzio, marito di Emma di Martino Bernardini, era stato aggredito dai fascisti determinati a punirlo per le sue idee filo sovietiche. Guglielmo viveva allora, già da alcuni mesi, fra Lucca e Roma dove dirigeva anche la rivista intitolata la “Russia dei Soviet”. Fra il giugno e il settembre del 1920 aveva partecipato, come giornalista “borghese” e corrispondente del quotidiano «L’Epoca», al Secondo Congresso della Terza Internazionale tenutosi a Pietroburgo e a Mosca riportando a casa la speranza - molto pericolosa – di una possibile applicazione anche in Italia del progetto “sovietista”. Aveva inoltre descritto la sua esperienza e le sue attese in un libro intitolato Ciò che ho visto nella Russia bolscevica, pubblicato a Torino presso la Libreria Editrice dell’alleanza Coop, pochi mesi prima (1921).
Guglielmo uscì da quell’esperienza con un livido nel collo e la paglietta rotta avendo il provvido arrivo dei carabinieri impedito agli assalitori di portare a termine la loro spedizione punitiva. Partito subito in automobile per Pisa, aveva proseguito, in treno, per la capitale, deciso a non mettere più piede a Lucca e a trasferire la famiglia a Roma. Al tempo di questo episodio, suo figlio, Mario Pannunzio, aveva undici anni. Dalla brutta avventura del padre che, neppure a Roma, riuscì ad evitare le bastonate fasciste, il giovane cominciò a maturare un’avversione per ogni forma di estremismo destinata a durare tutta la vita.
Nella capitale, ultimati gli studi e dopo un breve periodo trascorso nello studio legale del genitore, Mario cominciò ad occuparsi di pittura e di giornalismo. Nel 1930 entrò nella redazione della rivista mensile, «Il Saggiatore», ideata da un gruppo di studenti intenzionati a riscoprire i valori fondamentali della propria esistenza per tornare a una umanità piena, viva e palpitante. Poi, aveva fondato, assieme ad Antonio Delfini, Eurialo De Michelis, Guglielmo Serafini ed Elio Talarico, il settimanale di lettere e arti «Oggi». Fu allora che Pannunzio aveva ripreso i contatti con gli amici lucchesi incontrati raramente, dall’incidente del 1921, durante i brevi periodi estivi trascorsi a Lucca o in Versilia dove, fino da bambino, andava in vacanza con i genitori.
Fra i suoi corrispondenti, i più assidui erano Arrigo Benedetti e Guglielmo Petroni che gli era stato presentato dallo stesso Benedetti durante l’estate del 1933. Nelle sue lettere li informava della situazione romana, chiedeva loro appoggio e collaborazione per la
sua nuova rivista cercando di coinvolgerli nelle polemiche allora in voga come quella fra contenutisti e calligrafi. I due rispondevano un po’ impacciati. Benedetti con una certa sufficienza, Petroni con quel senso di inferiorità che gli pesava come un macigno per non avere seguito studi regolari. Mentre Mario era già un giornalista affermato, Benedetti e Petroni, sempre alle prese con la miseria e i problemi familiari, combattevano ancora per cercare una propria strada; il primo come scrittore e il secondo come poeta. Ambedue con la testa piena di sogni e le tasche vuote, in attesa di splendidi futuri per l’Italia propagandati dalla stampa di regime – illusioni destinate a durare ancora per poco - vedevano in Mario l’amico fortunato, capace, forse, di liberarli dalla frustrazione di una vita di provincia. Il loro merito, che produrrà frutti importanti negli anni successivi, fu allora quello di tenere vivo il legame fra Pannunzio e Lucca e di permettere all’amico lontano di mantenere i contatti con quel gruppo di scrittori e intellettuali che gravitava attorno all’ambiente lucchese e versiliese e di cui facevano parte anche Felice del Beccaro, il pittore Mario Ardinghi, Mario Tobino, Mino Maccari e molti altri .
Dopo la chiusura di «Oggi» nella primavera del 1934, Pannunzio, assieme ad Antonio Delfini e con la collaborazione di Bonsanti e Moravia, aveva dato vita a una nuova pubblicazione mensile, «Caratteri», destinata a durare solo pochi mesi. Chiusa anche quella esperienza, cominciò ad occuparsi di cinema per poi riprendere l’attività di giornalista nella redazione di «Omnibus», il periodico di attualità politica e letteraria di Leo Longanesi il cui primo numero uscì il 28 marzo 1937. Della redazione del settimanale faceva parte anche Arrigo Benedetti che, abbandonati gli studi universitari, si era trasferito a Roma nel 1937. I due amici, finalmente assieme, vissero un periodo importante della loro formazione professionale imparando, sotto la guida di Longanesi, a montare il giornale, a impaginare gli articoli, a scegliere caratteri di stampa e a creare soluzioni visive particolarmente efficaci.
Per Mario quello fu il periodo più intenso della sua attività di giornalista e di critico cinematografico. Fra l’aprile del 1937 e il gennaio del 1939 compose, infatti, circa 85 articoli quasi tutti dedicati al mondo della celluloide. Cominciò allora a interessarsi anche delle produzioni Americane, non di quelle sdolcinate tanto apprezzate anche dal pubblico italiano, ma dei film che si riferivano all’America buia (Vendetta), feroce e misteriosa e ispirati ai racconti di William Faulkner e di James Cain.
Rientravano nell’ambito della critica cinematografica anche tre articoli scritti per «Omnibus» da Pannunzio nell’estate del 1938 mentre si trovava in villeggiatura in Versilia: La smania della villeggiatura («Omnibus», I, n.22, 28 agosto 1937, p. 11), Cinema balneare («Omnibus», II, n. 30, 23 luglio 1938, p. 9) e L’impossibile al Kursaal («Omnibus», II, n. 31, 30 luglio 1938, p. 9). Mario parlava di vacanze piene di aspettative, quando le madri sognavano incontri importanti per le figlie in attesa di marito. Nelle sue descrizioni dell’ambiente viareggino, compariva anche la grande costruzione in legno del cinema Politeama, simile allo scheletro di una nave, che Enrico Pea, scrittore e impresario teatrale, aveva poi trasformato in un edificio in muratura mantenendo la stessa sagoma.
Pannunzio, con ironia, descriveva le proiezioni di scarso valore che venivano proposte nella stagione estiva e dell’apertura del nuovo cinema all’aperto nei giardini del Kursal, frequentato soprattutto da cameriere e bambini essendo gli adulti impegnati in svaghi assai diversi dall’ assistere al lacrimoso film Il nemico impossibile con cui la nuova sala aveva inaugurato la stagione.
Abbandonato, per un istante, l’interesse per il cinema, Pannunzio tornava a parlare di Viareggio anche in Fortuna di una spiaggia («Omnibus», a.II, n. 33, 13 agosto 1938) raccontando la storia della città dalle origini fino agli inizi del ‘900 con un’eccezionale vivacità narrativa dove si riaffacciavano anche i ricordi delle sue estati di bambino. Pagine piene di colore che sembrano anticipare quelle, altrettanto suggestive, di Mario Tobino.
E’ però in, Melanconia di Puccini («Omnibus» I, n. 22, 28 agosto 1937, p. 5) che il giornalista riuscì meglio a trasmettere le sue emozioni, affascinato dalla presenza silenziosa del grande compositore rimasta nel luogo che più aveva amato durante la vita.
Il racconto si ispirava, infatti, a una visita alla villa di Torre del Lago in compagnia di Enrico Pea, grande amico del musicista e da cui era stato aiutato a pubblicare il Moscardino presso le edizioni Treves. Probabilmente fu lo stesso Pea a fornire a Mario, in quell’occasione, notizie importanti sul carattere e la personalità di Puccini.
«Fino a qualche anno fa», scriveva Pannunzio, «l’acqua quieta del lago di Massaciuccoli veniva a lambire il giardino davanti alla casa di Giacomo Puccini. A un metro dal cancello, in una piccola insenatura, galleggiavano alcune imbarcazioni, tre canotti automobili e due sottili barche a remi. Di là partiva Puccini, accompagnato dal ragazzo Nicche, per le sue lunghe partite di caccia. Egli era il signore del lago: di quel lago che aveva preso in affitto con riserva di caccia. Era il feudatario; e per un raggio di qualche chilometro, aveva diritto di vita e di morte su tutti gli uccelli e i palmipedi del luogo».
L’incanto del luogo, osservava Pannunzio, era stato infranto dall’arrivo dei turisti provenienti da ogni parte d’Italia sulle automobili utilitarie, bruciati dal sole e con le macchine fotografiche a tracolla. Davanti alla casa del maestro era stato costruito un piazzale polveroso con alcune aiuole stentate, e un ristorante quasi sempre deserto. L’interno della casa era come l’aveva lasciato Puccini, così almeno assicurava Nicche, l’antico compagno di caccia del musicista, orgoglioso di fare da guida ai due illustri visitatori. Pea era commosso e il suo turbamento sembrava aumentare nell’avvicinarsi alla tomba del maestro situata nella cappella mortuaria accanto alla sala del pianoforte.
Alle pareti un mosaico di De Carolis e due altorilievi da Maraini. Aria triste e semibuia, tra l’odore dei fiori e i sospiri di Pea. Di tutte le stanze visitate, il guardaroba con gli attrezzi della caccia era la più toccante: tutto era rimasto come al tempo di Puccini. Pannunzio scriveva:
«Questi fucili, questi stivali, queste giacche di cuoio appese a un povero attaccapanni ricordano a che guarda i modesti e solitari svaghi del musicista». Tutti, qui a Torre del Lago», aggiungeva Pannunzio, «rievocano le lunge e appassionate cacce di Puccini. Partiva all’alba, coi fucili e coi cani, quasi sempre accompagnato da Nicche o, quando venivano dagli amici d Lucca e di Viareggio».
Lo scrittore continuava il racconto ricostruendo la biografia di Puccini - dalla nascita in una famiglia povera sino alla morte - mostrando di conoscere perfettamente, grazie anche all’aiuto di Enrico Pea, tutte le fasi della sua vita personale ed artistica contrassegnata da grandi successi e da momentanei ma amari fallimenti. Lo scrittore andava, però, oltre la semplice biografia nella difficile rievocazione del carattere e dei sentimenti del maestro. Un uomo schivo che evitava la vita mondana e che, lontano da casa, a Milano, Parigi, Londra oppure in America, «rimpiangeva la sua casa sul lago, il lavoro tranquillo, le amicizia sicure». «L’infanzia vuol dire molto per gli artisti: lascia impronte sul carattere che non si cancellano», aggiungeva Pannunzio. L’artista era nato in una famiglia povera di musicisti che, per oltre un secolo, non era riuscita a raggiungere il successo e l’agiatezza dentro le mura della loro città. A Puccini, la cui vocazione per la musica si era manifestata quasi all’improvviso, la fortuna aveva destinato ben altra sorte. Già riconosciuto come un grande compositore, si era trasferito con la moglie Elvira a Torre del Lago. Quello era il suo rifugio, il luogo dove aveva composto La Bohème, Tosca, Madama Butterfly. Aveva, continuava Pannunzio,
un carattere, melanconico, gli piaceva stare solo con gli amici umili; dalla acque grigie e tranquille del piccolo lago, si può dire che siano nate le lacrimose e pallide eroine di Puccini, la ingenua Mimì, la sospirosa Butterfly, la misteriosa Liù. Di notte, lavorava seduto al piano e suonando si commoveva, si alzava, fumava una sigaretta, usciva fuori in giardino e restava a lungo tempo a guardare il lago buio, la notte silenziosa, i lumini lontani di Massarosa.
Lasciare il suo rifugio era per lui un dispiacere. Lontano dal suo mondo pensava ai profumi del lago, al bisbiglìo dei pioppi e degli abeti mossi dal vento, alla sua casa e allo studio. Amava il merlo, le capinere e il picchio. Odiava i cavalli, i gatti e i cani di lusso. Perfino in America, attorniato da una folla esultante, aveva rimpianto la villetta toscana. Era timido di carattere, poco loquace, se non in compagnia di amici fedeli: soltanto con loro sapeva essere allegro. Al caffè Margherita, a Viareggio, si attardava a parlare con pittori e letterati. «Chi non lo conosceva», scriveva Pannunzio, «si sarebbe meravigliato di vedere in quel signore bonario, che scherzava con gli amici il celebre Puccini». Alcuni, come il pittore Pagni, gli facevano compagnia, di notte, mentre suonava nel suo studio: presenze silenziose che condividevano con semplicità i suoi momenti creativi. Puccini diceva chiaramente che, al contrario di D’Annunzio, non era fatto per le gesta eroiche. Amava le anime fatte di speranza e di illusione, che possedevano «bagliori di gloria e lacrime di malinconia». Anche Pannunzio era un uomo semplice, riservato, un po’ malinconico. Alcuni confondevano la sua timidezza per una sorta di aristocratico distacco. Forse, per questo, poteva capire, meglio di altri, i sentimenti e il mondo interiore di Puccini.
 
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COMMENTI
7-01-2009 • PIER ANTONIO TOMELLINI
Complimenti. La storia di Viareggio e delle sue attrazioni turistiche è sempre una lettura piacevole; si trovano gli scritti originali OMNIBUS? Sarebbe utile un link che rimanda alla lettura. Continuate a cercare in direzione di Enrico Pea! Ancora complimenti ed auguri a tutti per il 2009.
 
 
 
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