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COTOLETTA ALLA MILANESE IN SALSA DI SOIA
di Maria Silvia Sacchi
(articolo tratto da "La 27^ Ora - Marzo 2011)
No, non è una nuova ricetta. E’ solo che qualche settimana fa mi è venuta voglia di comprare una bandiera dell’Italia. E lì ho toccato con mano, per l’ennesiva volta, quanto sia fondamentale la scuola per l’integrazione. È quello che penso anche in questi giorni di guerre, di barconi stracolmi di donne e uomini e di noi cittadini che così fatichiamo a metterci in relazione con storie e culture diverse. Vale anche per me.
Dunque, la bandiera. L’ho comprata, bella grande. Ma quando è stato il momento di appenderla alla finestra sono stata assalita dai dubbi. Vivo in un quartiere ad alta intensità di residenti stranieri e mi è venuto il timore che il mio tricolore potesse essere inteso come il segno di una diversità. Insomma, “noi siamo noi, voi siete voi”.
Ero lì nei miei pensieri e intanto aprivo la bandiera, srotolandola sul tavolo del salotto. “C’è la partita dell’Italia?” mi ha chiesto una signora che era a casa con me. ”E’ per l’Unità d’Italia?” mi ha chiesto il compagno di studi di mia figlia.
Hanno parlato insieme.
Sarebbe stato lecito che le domande fossero state formulate al contrario, visto che il bambino ha 10 anni ed è straniero. Ho pensato, come faccio spesso, che ha una famiglia bellissima. Che, da una parte, gli mantiene le usanze del Paese da cui i suoi genitori provengono – le danze, la lingua – dall’altra, partecipa e lo fa partecipare alla vita del Paese in cui vive.
Ma ho pensato anche al grande, fondamentale, ruolo della scuola in una partita così oggettivamente complessa come l’integrazione tra persone di Paesi diversi. Imparare la lingua, le regole del convivere, studiare le tradizioni dei compagni, anche domandarsi “cos’è il permesso di soggiorno? e “perché lui deve farlo e io no?” In questi primi anni di scuola di mia figlia – la materna, ma soprattutto le elementari dove i rapporti tra genitori si fanno più stretti per i compiti, le festine, le amicizie che iniziano a crearsi tra bambini e dove i bambini si confrontano tra di loro, capendosi senza barriere, insegnandosi reciprocamente – ho imparato molto. Anche il ruolo svolto dalle donne.
Le famiglie composte da stranieri rappresentano il 7% della popolazione italiana e sono più giovani, 30 anni di età media contro i 43 anni delle famiglie italiane. I bambini e i ragazzi sotto i 18 anni sono 932.675, pari al 22% del totale degli stranieri residenti in Italia, e di loro ben 573mila rappresentano la “seconda generazione” essendo nati in Italia (Istat). I figli degli immigrati iscritti a scuola sono 673.592, pari al 7,5% della popolazione scolastica, secondo l’ultimo Dossier statistico della Caritas, che ne sottolinea anche i
problemi: un ritardo scolastico tre volte più elevato rispetto agli italiani.
Il 51,3% della popolazione straniera in Italia è rappresentato dalle donne, cui è affidato un compito non da poco. Grazie alla maggior conoscenza della lingua italiana svolgono, infatti, spesso il ruolo di “mediatrice” tra la famiglia e la scuola, gli uffici e i pubblici servizi; insomma, il mondo esterno, favorendo così l’integrazione.
Le donne, più degli uomini, studiano l’italiano (11% contro 7,6%) e lo usano nel lavoro (93,2% contro 89,4%), frequentano corsi di formazione (5,8% contro 4,9%) e fanno riconoscere il titolo di studio conseguito all’estero (4,9% contro 2%).
Non voglio sottovalutare i problemi, che sono molti e di non facile soluzione. Ma mi piace coglierne anche gli aspetti positivi.
Io e mia figlia stiamo imparando a usare le bacchette, alla festa della scuola i dolci al miele preparati da una mamma marocchina vanno a ruba, beviamo té che arriva dall’India e mangiamo gli spaghetti con le verdure e le spezie. Noi, da parte nostra, dispensiamo gran quantità di cotolette alla milanese. E anche la ricetta del polpettone della nonna riscuote un certo successo.
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