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SE AL CORANO FA VELO LA LINGUA (ARABA)

Poiché è la lingua sacra, non può essere tradotta come vorrebbero i fautori di un’integrazione scolastica e sociale attraverso l’uso degli idiomi europei, è anche lingua ambigua, sicché la forma orale si presta a una pluralità di significati. Per non dire dell’abrogazione, e del “velo politico”
di Augusto Zuliani
(articolo tratto da "Il Domenicale - Dicembre 2010)
Un nodo centrale della questione islamica riguarda le modalità di comunicazione del messaggio religioso all’interno delle comunità musulmane in Europa. Secondo diversi politici dovrebbe essere diffuso nelle lingue locali, consentendo alle autorità di verificare se qualche imam predichi illegalità e violenza. La proposta sottovaluta però un aspetto fondamentale dell’islam, che considera l’arabo lingua sacra del Corano, ispirato direttamente da Allah, quindi intoccabile e a maggior ragione intraducibile. Anche se l’imam predicasse in italiano, le sue citazioni delle sûre (versetti) coraniche sarebbero comunque in arabo; e nel testo sacro non mancano passi bellicosi e ambigui (sûre II, 186-7, 212-5; IX, 36, ecc.). Si tratta di un problema che riguarda l’ambito religioso e quello culturale, con ricadute sul terreno politico, come dimostra la vicenda di Chérif Choubachy che, per aver sostenuto in un libro edito in Egitto nel 2004 (La sciabola e la virgola (La lingua del Corano è all’origine del male arabo), trad.it., Obarra, Milano 2009) la necessità di semplificare la lingua araba e adattarla al mondo moderno, ha dovuto lasciare la carica di viceministro egiziano della Cultura.
In effetti se l’arabo del Corano, è lingua sacra, e nel contempo, con qualche vocabolo moderno e poche variazioni della sintassi, anche “lingua classica” (Modern Standard Arabic) utilizzata dai media, nelle scuole e nell’amministrazione pubblica, allora ogni tentativo di riformarla equivale a un sacrilegio. Eppure la “lingua classica” è molto difficile, le sue regole fondamentali sono le stesse di quindici secoli fa, il che determina, insieme ad altri fattori, un elevatissimo tasso di analfabetismo nei Paesi arabi, pari al 40% di coloro che hanno più di 15 anni, cioè 60 milioni di persone secondo un rapporto dell’Unesco pubblicato lo scorso gennaio. A fronte di questo immobilismo Choubachy auspica una lingua più semplice, chiara e precisa. Dopo la Seconda guerra mondiale, una commissione presieduta dallo scrittore Taha Hussein aveva elaborato una riforma, mai entrata in vigore per l’opposizione degli ambienti conservatori. La “sacralità” della lingua fa sì che in alcuni Paesi islamici i “nazareni”, termine con cui vengono tradizionalmente definiti i cristiani, non possano insegnare l’arabo. Un paradosso, se si pensa al ruolo che proprio i cristiani hanno svolto nella rinascita della lingua e della cultura araba avviata nell’Ottocento a partire dall’Egitto: basti ricordare le iniziative delle famiglie cristiano-maronite Al- Boustani e Al-Yaziji.
Al carattere autoritativo dell’arabo classico fa da controcanto la sua ambiguità comunicativa: le frasi iniziano con il verbo, provocando incomprensioni; la maggior parte delle parole, composta da consonanti, si possono pronunciare solo aggiungendo segni di vocalizzazione, così uno stesso termine a seconda di come viene pronunciato o vocalizzato può assumere dieci significati diversi, per cui le parole dette da un imam potrebbero assumere un significato ben differente da quello dell’eventuale testo scritto presentato alle autorità. Esiste inoltre un’altra ambiguità che riguarda sia il Corano che i “Detti”, raccolta di informazioni riportate da un gran numero di catene orali che riferiscono atti e parole di Maometto e dei suoi compagni, e che fa autorità subito dopo il Corano. Il problema dell’ambiguità coranica concerne il contenuto delle sûre, a volte espresso con linguaggio chiaro e conciso, altre volte difficilmente comprensibile per la sua contraddittorietà, prestando il fianco a interpretazioni opposte. A ciò si aggiunge il principio fondante dell’abrogazione (sûra II, 100) che riguarda il rapporto con le altre due religioni monoteiste – l’islam vuole abrogarle, pur conservando “la loro parte di verità” – e soprattutto il Corano stesso. L’abrogazione intercoranica infatti pone un problema che tocca il cuore del testo sacro: poiché un versetto può abrogarne uno anteriore, è difficile sostenere la tesi della perennità e integralità del logos divino. La questione fu risolta dai teologi islamici dando al verbo nasakha il suo significato più elementare (copiare o ripubblicare) e non abrogare, per cui naskh da allora in poi servì a designare la trascrizione.
Eppure i testi sono chiari: per abrogazione si intende un cambiamento brusco e totale nelle dottrine, i riti o le istituzioni, come accadde quando Allah ordinò al profeta: «Voltati in direzione del Masijd al Harâm!», mentre prima la preghiera era in direzione di Gerusalemme; anche i “Detti” vanno nello stesso senso: «Vi avevo proibito di conservare la carne degli animali sacrificati, ora conservatele!»; «Vi avevo proibito le visite ai cimiteri, ora visitateli!». L’abrogazione è quindi una dimensione costitutiva del messaggio islamico che, rivestendo una forma problematica, schiude la porta a un’ampia gamma di interpretazioni, tradotte oggi sul terreno politico in scelte che possono andare dall’adozione dei principi della democrazia al terrorismo.
Per rimediare a tale situazione è stata elaborata nel corso dei secoli una giurisprudenza religiosa (fiqh) complessa, che però non investe la sostanza del messaggio coranico il cui carattere impeccabile e inimitabile è attestato dalla sua lingua. Imparato a memoria fin dall’infanzia, il Corano è un “sistema del mondo” positivo e rivelato che regola la sperimentazione, la spiegazione e il giudizio di ogni avvenimento. È per tutti i credenti una memoria per la vita quotidiana, un repertorio verbale.

L’ambiguità del testo coranico si riflette su un tema oggi molto controverso, quello relativo al velo islamico, già affrontato alla fine del XIX secolo dall’egiziano Qâsiam Amîn con la “battaglia del velo e dello svelamento (delle donne)”. Si tratta di questione che, al di là dell’uso propagandistico e strumentale che ne viene fatto, merita alcune precisazioni. Il documento più antico che tratta questo argomento, non è islamico e neppure arabo, ma risale alle leggi assire (1112-1074 a C ) dove si legge: «Le donne sposate [ …] quando escono di casa non avranno la testa scoperta. Le figlie di uomini liberi [ …] saranno velate. La concubina che va per la strada con la sua padrona sarà velata». Anche nell’Antico Testamento, numerosi passi indicano che le donne si velavano: Rebecca alla vista di Isacco: «Allora essa prese il velo e si coprì» ( Genesi 24,65);« Come sei bella, amica mia, come sei bella! Gli occhi tuoi sono colombe dietro il tuo velo», (Cantico dei cantici 4,1); nella maledizione di Babilonia: «togliti il velo, solleva i lembi della veste, /scopriti le gambe,/attraversa i fiumi./ Si scopra la tua nudità,/si mostri la tua vergogna» (Isaia 47, 2-3). Del velo femminile, ma solo per coprire la testa e come segno di rispetto durante le funzioni religiose, non come interdetto sessuale, si parla anche nel Nuovo Testamento: «Ma ogni donna che prega o profetizza senza velo sul capo, manca di riguardo al proprio capo, poiché è lo stesso che se fosse rasata» (Lettera di Paolo ai Corinzi, 11, 5).
Sul tema nel Corano sono presenti unicamente tre versetti, per di più ambigui: «E quando vorrete chiedere ad esse (le mogli del profeta) un oggetto, chiedetelo loro dietro una cortina (hijâb); questo sarà più puro per i vostri cuori e per i loro» (sûra XXXIII, 53). Lo hijâb non è quindi un velo ma piuttosto una grata o tenda che cela le donne del profeta agli occhi di uomini estranei. E riguarda esclusivamente i rapporti con una speciale categoria di donne, le “spose del profeta” [nove mogli e due concubine avute dopo la morte della prima moglie Khadija] con le quali non si può parlare direttamente, né si possono sposare una volta vedove e che il Corano chiama “le madri dei credenti” . Nella stessa sûra non si parla di velo da mettere sul capo, ma di mantello, ampio e senza maniche (jilbâb,plurale jalâbîb): «O profeta, dì alle tue mogli, alle tue figlie e alle donne dei credenti, che facciano scendere qualcosa dei loro jalâbîb su di sé ( sul loro viso per coprirlo ); questo sarà (il modo) più acconcio, perché esse vengano riconosciute (distinte dalle schiave e dalle prostitute) e non vengano offese (da atti e parole sconvenienti) e Dio è indulgente e compassionevole » (sûra XXXIII, 59 ). Secondo molti commentatori classici questo versetto e altri vanno contestualizzati nell’ambiente dell’epoca: si trattava di una misura per proteggere il pudore femminile. Manca quindi nel Corano un riferimento esplicito al velo per le donne.
In realtà il velo imposto, scelto o addirittura rivendicato come succede nei Paesi europei, ha spesso motivazioni che non sono affatto religiose, bensì politiche, ed è su questo terreno che va aperta la discussione.
 
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