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PERCHÉ MAI BARCELLONA E INTER DOVREBBERO GIOCARE SENZA CROCE?
di Alfredo Mantovano

(articolo tratto da "il Domenicale" - n° 51 Dicembre 2007)
Scrive il quotidiano catalano La Vanguardia: la maglia del glorioso Barcellona, la squadra nella quale gioca Ronaldinho, ha da sempre corme simbolo la croce di San Giorgio. Non va più bene: i dirigenti della società hanno deciso che d'ora in avanti, quando il Barca disputerà una gara in un Paese a maggioranza islamica, la croce rossa su fondo bianco sarà sostituita da una linea verticale rossa. Questo per non turbare gli avversari e i loro supporter: quel simbolo - così si spiega - richiama troppo le Crociate, e quindi è ritenuto offensivo per la sensibilità dei musulmani. Non è un episodio isolato: da qualche mese i calciatori dell'Inter hanno ripreso a usare una loro antica e bella maglia che, in modo ancora più evidente, riprendendo la tradizione lombarda, reca una grande croce rossa su fondo bianco. La indossavano anche nel recente incontro di Champions League contro la squadra turca del Fenerbahçe: nella circostanza, una parte dei mass media turchi ha protestato e un avvocato è giunto a chiedere in sede Uefa la sconfitta a tavolino dei nerazzurri perché ostentavano un ricordo dei Templari e delle Crociate.
E’ ovvio che la questione non può rubricarsi come una disputa a metà fra il confessionale e l'ideologico; prima della caduta del Muro di Berlino a nessuno in nessun Paese occidentale è passato per la mente di rifiutare la gara con squadre di calcio, come la Stella Rossa, che riportavano simbolo e denominazione esplicitamente comunisti, benché con la Stella rossa sui carri armati fossero state e fossero schiacciate persone e libertà. Né oggi team sportivi, non soltanto di calcio, respingono il confronto agonistico con avversari che portano divise con il simbolo della mezza luna, solo perché gli attentatori dell' 11 Settembre o dell' 11 Marzo si richiamavano al medesimo disegno. Ciò non avviene per senso di generosità, ma per buon senso.
Se però la croce diventa un simbolo da bandire perfino sui campi di calcio è necessario porsi qualche problema. Non - ovviamente - in termini di ritorsione verso i simboli altrui, ma in termini di difesa dei propri comportamenti. L'autocensura dei dirigenti del Barcellona fa cadere le braccia. Si sono sottomessi a un'imposizione che, prima di essere antireligiosa, è incivile. Un minimo di dignità imporrebbe di reagire rivendicando la grandezza di quello che da duemila anni è il simbolo dell'uomo che soffre, della moltitudine di "poveri cristi" che tribolano negli ospedali, nei campi profughi, nelle prigioni.., non un "simbolo che divide", proprio perché ciascuno può identificarsi in esso e vedervi un pezzo della propria quotidiana esperienza di dolore. Perché no, anche in un campo di calcio. Se poi la dignità avesse un livello superiore al minimo, se ne potrebbe trarre spunto per ricordare la grandezza delle Crociate e del fine che le ha animate: il pellegrinaggio armato compiuto dai fedeli crociati, cioè cruci signati, contrassegnati dal simbolo della croce, allo scopo di difendere l'accesso alla Terra Santa. E, intendendo il termine in senso lato, la nascita del Regno franco e la Riconquista in Spagna (senza le Crociate quest'ultima oggi sarebbe quello che è o somiglierebbe ai suoi dirimpettai della sponda Sud del Mediterraneo?).
Un tale sussulto di dignità gioverebbe anche ai nostri amici musulmani, dato che nei secoli passati le Crociate non sono mai state vissute dalla gran parte dei loro antenati come una guerra di civiltà o un attacco cristiano alla sopravvivenza dell'islam, come episodi storici da collocare nel loro tempo, occasioni d'incontro e di scontro tra culture, società e religioni diverse. L'odio islamico contro i "crociati" è moderno, conseguente alla mitologia anticattolica diffusa dall’Illuminismo a partire dal Settecento.
Trovo più saggezza - per restare in tema - nella maglia che Kakà esibisce dopo ogni rete che nelle elucubrazioni di tanti "saggi" da terza pagina.
 
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