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BULLISMO GIOVANILE
Chi sono i colpevoli?
di Gianfranco Morra

(articolo tratto da "Le ragioni dell'Occidente" - Aprile 2007)
Fatta la parola, creato l’inganno. Bullismo: comportamento del bullo, ossia del giovane prepotente e spavaldo; ma ance del bellimbusto che veste e si comporta con esibizionismo pacchiano e ridicolo. Nessuno ne conosce l’etimologia, ma l’uso è divenuto comune. Quando nella scuola accadono episodi sconvolgenti, quando i compagni minorati vengono malmenati, le ragazze manomesse, i petting e gli spogliarelli scolastici fotografati e messi in onda, i professori si vestono da travestiti, le professoresse sono oggetto di domande sul “dito nel culo”, i locali allagati, i condiscepoli derubati, la parola è già pronta: episodi di bullismo, termine magico nel quale una semantica giocosa agisce come eufemismo e alibi. In tal modo episodi che sono, nonostante il bla bla irresponsabile di psicologi e criminologi, di sicura criminalità, vengono fatti rientrare nel concetto di devianze giovanili sgradevoli, ma anche comprensibili data l’età e tutto sommato da evitare, non da punire.
E scatta la caccia ai colpevoli. Che sono a tal punto tanti, che non lo è più nessuno: il pesante lavoro dei genitori, l’incapacità della scuola ad educare, la società “corrotta”, l’eccessivo benessere, i molti soldi in tasca, l’idiotismo della TV, i telefonini, l’incretinimento da computer, le regressioni degli i-pod e degli You Tube, il lassismo dei presidi (pardon, dei “dirigenti”) e dei giudici, il cinismo dei politici, il cattivo esempio della società, lo scandalismo della stampa. E si potrebbe continuare.
In realtà il bullismo, imperante e incalzante nelle scuole, è il risultato di precisi mutamenti socioantropologici, che hanno trovato il loro inizio alla fine degli anni Sessanta. Da allora una contestazione favorita e comunque mai ostacolata dai politici ha messo fine all’età giovanile come epoca di apprendimento e di attesa, per creare il mito del “tutto e subito” di una età, ce doveva ormai contare per se stessa e non per una finalità oltre di sé (divenire adulti). E nei confronti della quale i genitori avevano precisi doveri, ma non più nessun diritto. Ormai non era più necessario studiare per andare avanti, tanto ci pensavano i partiti e i sindacati a facilitare la strada. Per tutti, purché “oves et boves”: l’eguaglianza in sostituzione del merito, il livellamento anziché la valutazione, il permissivismo al posto delle regole morali hanno spianato la strada al trionfo del pressappochismo e dell’irresponsabilità. Ogni allineamento, è inevitabile, avviene solo nel basso.
E’ tuttavia vero che, fra tanti, veri o presunti, colpevoli, ve n’è uno che tutti li sopravvanza: la famiglia, ormai largamente incapace di educare, i genitori, divenuti col complesso giovanilistico fratelli e sorelle dei loro figli, cresciuti nell’epoca della dissoluzione di tutti i valori, ossia in un clima di totale relativismo nichilistico, da quando, el 1968, Dio e Marx sono stati sepolti e il loro posto è stato preso dall’edonismo alla giornata, ossia dal narcisismo. Se i giovani sono bulli, la colpa è anche la loro, ma ancor più dei genitori, incapaci di educarli. Di entrambi, anche se, non per scelta, a per funzione, la responsabilità primaria è della donna, la cui immissione nel lavoro fuori casa, senza aver potuto lasciare quello in casa, ha tolto ai figli la prima e più duratura educatrice.
Il sociologo nippoamericano Francio Pukuyama, il cui libro “The End of History” (1992) tante polemiche aveva suscitato, rincalzò la dose di pessimismo culturale nel 1999 con “The Great Disruption”, dove addossa alla donna molti mali della società americana: fragilità della famiglia, denatalità, abbandono dei vecchi, droga e criminalità giovanile, morale individualistica. Ovviamente ostracizzato come uomo “di destra”, “cassandra” e “catastrofico”. In realtà egli sa bene che nella degradazione sociale vi sono altre cause, ma sottolinea quella che gli sembra la più forte: la dissoluzione, nella civiltà occidentale industrializzata, del tradizionale modello di famiglia, nato ai tempi del Neolitico, che assegnava alla donna il compito di reggere la casa ed educare i figli. La vecchia famiglia, che certo no mancava di problemi, è stata distrutta, ma una nuova non è ancora nata (forse in Italia l’avremo con i Dico). Si pensi che circa la metà dei bambini americani, prima di arrivare ai 18 anni, assisterà al divorzio dei genitori.
Non basta, però, sottolineare che il modello femminista è quasi scomparso. E’ vero che oggi non si sente più proporre la radicale e trasgressiva, ma anche affascinante “Liberation of Woman”, bensì la moderata e centrista, ma anche burocratica “Emancipation of Woman”. E che in questa proposta sono confluite non solo le vestali del femminismo rivoluzionario degli anni Settanta, ormai divenute con l’età meno oltranziste, ma anche le molte femministe cattolico, imitazione in similoro delle prime. Eppure, almeno per ora, i fenomeni di dissoluzione della famiglia e di degradazione dei figli non sono stati eliminati, ma neppure frenati o ridotti. Come tutte le soluzioni intermedie, il neofemminismo soft è una proposta di passaggio, che regala il conforto di una saggezza a buon mercato e di una moderazione tranquillante, ma non inverte il processo che dalla rivoluzione industriale giunge ai nostri giorni. E’ una proposta tardomoderna, non ancora postmoderna, che non offre pertanto una soluzione alla crisi della famiglia nella modernità.
La donna della “par condicio” e della “pari opportunità” non è più una femminista, ma non è ancora una donna. Rimane un essere equivoco, nel senso proprio del termine che significa “non univoco”: è costretta ad una attività lavorativa fuori casa che non ama troppo e che le impedisce di realizzare pienamente nella famiglia la sua vocazione di moglie e madre, certo non unica, ma per natura prevalente. Di modo che l’educazione dei figli ne risente negativamente, come mostrano gli ormai consueti episodi di teppismo giovanile. E come le donne stesse riconoscono con le loro richieste di part-time e di estensione dei congedi per maternità. Esse domandano anche il pensionamento precoce, che appare del tutto illogico, se consideriamo che la loro lunga età media di vita (circa 83 anni) richiederebbe di allungare il periodo lavorativo. Ma anche cosa comprensibilissima, dato che la donna precocemente pensionata riesce, finalmente, a fare la donna, ossia a dedicarsi pienamente alla casa, ai figli e ai nipoti.
Il bullismo va dunque affrontato a monte. Esso non è se non una delle più evidenti conseguenze della lotta che la sinistra da mezzo secolo conduce contro la famiglia, ormai privata di quasi tutte le sue funzioni e ridotta pertanto ad una convivenza temporanea e casuale della “coppia”, non importa di quali sessi sia formata: un narcisismo a due. La difesa oltranzista dei diritti dei singoli componenti, che ha trovato nella legge sulla famiglia, numero 151 del 1975, la sua codificazione distruttiva, si è tirata dietro lo svuotamento del significato unitario della istituzione. E l’accentuazione della sua incapacità a educare i figli. Come mostra il bullismo.
 
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