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LE CROCIATE: CAPIRLE O SENTIRCI IN COLPA?
di Carlo Cerbone

(saggio tratto da "Archivio afragolese. Rivista di studi storici" - n° 6 Dicembre 2004)
L’Europa soffre di una grave malattia morale e intellettuale: il disprezzo per la propria storia. Un disprezzo che nasce dall’ignoranza e che perpetua l’ignoranza. La scuola, la narrativa, lo spettacolo e la stampa di informazione sono i principali veicoli di questa ignoranza “coltivata”, voluta, talvolta alimentata e utilizzata per fini politici. L’uso politico della storia non è di oggi, è di sempre; non riguarda soltanto gli avvenimenti a noi più vicini nel tempo ma anche quelli più lontani; non è di destra o di sinistra, ma è di destra e di sinistra. L’uso del passato ai fini del presente meriterebbe uno studio particolare nell’ambito dello studio più generale della propaganda politica; lo meriterebbe anche perché ogni epoca ha usato proprie tecniche e perché ogni fazione ha dimostrato di avere un proprio “stile”, e si sa che lo stile è sempre rivelatore.
Le vittime più illustri della malattia morale e intellettuale di cui soffre l’Europa sono il Medioevo nel suo insieme e, al suo interno, il feudalesimo e le crociate.
L’immagine che delle crociate ha la persona di “media cultura” con o senza laurea – la vittima tout court di ogni genere di manipolazione, compresa quella del passato – è totalmente negativa, tale da creare addirittura sensi di colpa. Non è un fatto di poco conto, perché il senso di colpa, la convinzione di aver compiuto (o di far parte di un mondo che ha compiuto) azioni spregevoli, indebolisce la capacità psicologica di reazione alle prove del presente in qualche modo riconducibili a torto o a ragione a quel passato.
Mi spiego meglio con un esempio. Gli estremisti islamici che praticano ogni forma di terrorismo contro civili occidentali e contro i paesi islamici che hanno scelto la convivenza con l’Occidente definiscono “crociati” i militari (e i civili) impegnati oggi in Iraq in operazioni sia di guerra (americani e britannici) sia di pace (gli italiani). Definire questi uomini “crociati” – che lo faccia Bin Laden o il presidente Bush – significa compiere un’operazione priva di senso e antistorica, sia perché la religione non ha a che vedere con l’intervento occidentale in Iraq, sia perché gli stessi paesi che oggi operano in Iraq ieri operavano nella ex Jugoslavia per difendere gli islamici dai serbi cristiani. Ma poco importa. Conta altro: definendo “crociati” quei militari e quei civili, l’estremismo islamico evoca nel mondo musulmano l’immagine del “nemico naturale” e mette noi, senza che ce ne accorgiamo, in una condizione di soggezione psicologica e morale, quella di chi sta in torto, di chi è in colpa; e se questo può accadere, se questa tecnica di guerra psicologica risulta efficace, è proprio per l’immagine delle crociate che ci portiamo dentro dal tempo della scuola, un’immagine che è stata costruita in noi da insegnanti, romanzieri, cineasti nati non in qualche paese islamico ma a Londra, a Firenze, a Parigi, a New York, insomma in qualche luogo d’Occidente. In una situazione di normalità ciò sarebbe grave; è gravissimo oggi in presenza di un attacco terroristico che mira a suscitare uno scontro di civiltà che – se si verificasse – sarebbe devastante per l’Oriente come per l’Occidente.
Le crociate – ci insegnano – furono guerre di conquista, peggio ancora furono guerre di rapina condotte da “nobili privi di terra disposti a qualunque avventura pur di procurarsi feudi e bottino”. La frase si legge in uno dei manuali di storia più diffusi nelle nostre scuole, quello pubblicato dalla Zanichelli. Nello stesso libro Saladino I (un curdo educato in Siria) è definito “saggio sovrano d’Egitto” (fu signore anche della Siria e dello Yemen, terre tutte di cui si impadronì con le armi). Di che natura fosse la sua saggezza ce lo dice una fonte non sospetta, il suo segretario Imad ed-Din nel descrivere il modo in cui si comportò con i cavalieri templari catturati nella battaglia di Hattin (1187): “Egli (il Saladino) ordinò che essi dovessero decapitarsi, preferendo averli morti che in prigione. Con lui c’era gran schiera di eruditi e di sufi e un certo numero di uomini devoti e asceti; ognuno di loro supplicò che gli fosse permesso di ucciderne uno e sguainare la sua spada. (…) Saladino, gioendo in viso, stava seduto sul suo baldacchino, i miscredenti (cioè i cavalieri templari) mostravano nera disperazione”. Un tempo, da noi, il “saggio sovrano d’Egitto” era conosciuto come “il feroce Saladino” e i crociati erano visti come gentili cavalieri. Oggi è il contrario, da noi; oggi il Saladino e i crociati sono visti, dalla maggioranza degli occidentali, proprio come li vede il mondo islamico: un saggio e un eroe il primo, delinquenti i secondi.
L’esempio del Saladino non tragga in inganno: non voglio affatto dire che i cristiani del tempo delle crociate furono “buoni” e i musulmani “cattivi”. Feroci furono gli uni e gli altri, perché feroci erano i costumi del tempo, perché terribili sono tutte le guerre. I cristiani, benché credenti in una religione che predicava la pace e l’amore del prossimo, non furono meno efferati dei loro antagonisti: le stragi di ebrei compiute a Magonza, a Colonia, a Spira, a Worms, a Praga dai pellegrini della “crociata popolare”, la strage di musulmani e di ebrei compiuta dall’armata cristiana dopo la presa di Gerusalemme (1099) bastano da sole a dirlo. Voglio soltanto rilevare che oggi il male è visto soltanto da una parte, come ieri era visto soltanto dall’altra parte, con un rovesciamento dell’ottica che (oltre a essere il sintomo della malattia dell’Europa alla quale accennavo) rende impossibile la comprensione di uno dei capitoli più importanti della nostra storia e fa dimenticare che il duro confronto tra Cristianità e Islam non fu sempre bellico e non impedì il rispetto, l’amicizia e la collaborazione tra i seguaci delle due fedi.
Avidi, feroci, ignoranti, fanatici, mossi soltanto da intenti predatori: così dunque vengono descritti i crociati. L’immagine risale all’Illuminismo e ha trovato rinnovata e compiuta formulazione in veste scientifica nell’opera di uno storico britannico, Steven Runciman, pubblicata nel 1954.
Nei sessant’anni trascorsi da allora gli studi sulle crociate si sono moltiplicati. La “Society for the Study of the Crusades and the Latin East”, un’organizzazione professionale di studiosi delle crociate, conta oggi 480 membri in 30 nazioni, centinaia di studi sono pubblicati ogni anno. “Il risultato è che ora noi sulle crociate e sui crociati sappiamo più di quanto si sia mai saputo prima (…). Gli studiosi moderni hanno largamente rigettato la condanna di Runciman delle crociate”, scrive Thomas F. Madden, docente di storia medievale, nell’Introduzione al libro da lui curato The Crusades pubblicato da Blackwell Publishing Ltd nel 2002.
La complessità del fenomeno crociato è ben sintetizzata da Franco Cardini, uno dei maggiori medievisti italiani, non sospettabile di intenti apologetici perché anzi, benché cattolico, si è dovuto difendere dall’accusa di “avvocato d’ufficio” dell’Islam. “La crociata – scrive – fu una realtà fluida e mutevole, esito – ad onta dei molti tentativi fatti per ingabbiarla teologicamente e giuridicamente – d’una pluralità d’istanze e di situazioni. Nata nell’XI secolo come pellegrinaggio armato, sviluppatosi come guerra per la conservazione o il recupero della Terrasanta ai cristiani, conobbe un ampliamento quasi immediato verso la penisola iberica – era essa stessa, del resto, conseguente alle guerre dell’XI secolo contro i mori di Spagna, i musulmani di Sicilia e i corsari saraceni del Mediterraneo – e fu quindi utilizzata dalla Chiesa come mezzo prima di espansione verso il nord-est europeo, quindi come arma di repressione interna nei confronti di eretici e di nemici politici del papato. Tanto nei confronti dei saraceni quanto in quelli dei pagani slavi, balti e finni del Nordeuropea (ma anche, sul piano concettuale, degli eretici) la crociata s’incontrò nella pratica spesso con l’ideale di missione, rispetto al quale si configurò ora come opposta, ora come complementare. Essa non perse mai d’altronde la vocazione a una pace interna alla Cristianità, che era condizione primaria per un’efficace azione contro gli infedeli: difatti, nelle fonti tardomedievali, la si qualifica talvolta addirittura con le parole ‘perdono’ e ‘giubileo’. Quando, con i secoli XIV-XV – prosegue Cardini –, si andò profilando alle frontiere sudorientali d’Europa la minaccia ottomana, la crociata cambiò ancora una volta aspetto per ripresentarsi come guerra di difesa del continente unito contro una nuova minaccia barbarica. La politica delle leghe contro il Turco, fra Quattro e Settecento, fu una specie di crociata laicizzata nei suoi fini in quanto l’elemento religioso in essa andò scomparendo – per quanto mai del tutto – per dar luogo a una sorta di sentimento di difesa geopolitica e geoculturale. Insomma, la crociata è una realtà soggetta a una complessa articolazione, che accompagna la storia di quasi tutto il II millennio”.
Per capire le crociate bisogna innanzitutto capire l’Islam, perché senza Islam non ci sarebbero state le crociate. Ovviamente qui non è possibile approfondire il tema e considerare anche i dettagli e le sfumature della grande sintesi e “reinvenzione” di cristianesimo, ebraismo e gnosticismo realizzata da quel genio religioso e politico che fu Maometto; dovrò limitarmi agli aspetti che possono interessare direttamente il nostro tema.
L’islamismo nasce come religione alternativa al cristianesimo, che si pone come obiettivo la distruzione di tutte le “false fedi”, cristianesimo compreso, suo diretto concorrente. L’islamismo infatti, come il cristianesimo, è una religione universale e non possono convivere due religioni con questa pretesa se una di esse (quella islamica nel nostro caso) concepisce la propria espansione in senso territoriale, come conquista non di coscienze ma di terre. La prima e più evidente differenza tra islamismo e cristianesimo è proprio in rapporto a questa comune caratteristica, l’universalità. Il cristianesimo, pur ponendosi come unica religione vera, non pretende di piegare a sé con la forza i non credenti: il suo sforzo è rivolto (di norma) a convertire, perché è religione dell’anima, della persona, del singolo, la fede per il cristiano non può essere che un atto interiore e come tale non può essere imposta (non sempre i cristiani hanno agito coerentemente con i dettami della loro fede, ma questo è un altro discorso). Nel cristianesimo, come nell’ebraismo, uomo e Dio sono “alla pari”, dialogano; nell’islamismo no, soltanto Allah parla attraverso il profeta. In ambito islamico non può nemmeno essere immaginata una figura come Giobbe che interroga Dio sulle proprie sciagure; non può nemmeno essere immaginato un poeta come Alfred de Vigny, fervente cattolico, che del giorno del Giudizio dà questa sorprendente definizione: “il giorno in cui Dio verrà a giustificarsi”.
L’islamismo invece è religione del dominio, dell’obbedienza, il suo regno è in questo mondo innanzitutto, soltanto dopo è nel cuore dell’uomo. Un mondo in cui il tempo è fermo, in cui la conoscenza è ferma, in cui è possibile soltanto la conoscenza utile alla vita materiale (l’abbandono della filosofia greca nel secolo XII non è un caso, un accidente lungo il percorso dell’islamismo). L’Islam infatti può essere soltanto obbedito, non può essere pensato, il Corano è la rivelazione del libro divino, il Kitab, il libro segreto di Dio che è disceso sul profeta come una recitazione: prima del Corano non c’è nulla, dopo il Corano non c’è nulla, per questo alcuni studiosi negano che l’islamismo sia una autentica “religione del Libro”, per questo la teologia musulmana è una apologetica, per questo non esiste una storia del Corano (Salman Rushdie è stato condannato a morte per aver cercato nel Corano il residuo politeista – i “versetti satanici” non sono altro che questo –, per aver fatto cioè lavoro di storico). Nel Dio coranico, ha scritto Gianni Baget Bozzo in un breve saggio molto penetrante, “c’è solo la volontà di Dio; una volontà che si rivolge a coloro che sono disposti ad accettare la sottomissione al Corano. È in essi che la Volontà volente diviene volontà voluta. Così avviene una radicale selezione nell’umanità: la realtà islamica e la realtà non islamica. (…) Il Dio coranico è una volontà che si pone come discriminazione tra il musulmano ed il non musulmano. Infine l’umanità non musulmana per il Dio coranico è il male, la cattiva esistenza. (…) Ciò che non è islamico diviene esistenza contro la Volontà creante”. Da ciò deriva che “il principio del combattimento è essenziale all’Islam (…), il principio coranico è l’estensione della soggezione islamica a tutto il mondo e l’annientamento di ciò che si oppone al Dio coranico”. Il jihad è l’impegno di ogni giorno e di ogni uomo musulmano, è la “volontà di sforzarsi sulla via di Allah”, quindi innanzitutto battaglia interiore. Contemporaneamente però è “guerra santa” finalizzata a distruggere i nemici della “vera fede” e a porre in dominio dei “fedeli” l’intero mondo; essa non nasce da una contingenza (per esempio, la necessità di difendersi): si tratta di “rendere a Dio la realtà umana convertendo il mondo infedele, il mondo che non è scritto nel Kitab”, o distruggendolo. Sta in questo il carattere forse più originale dell’Islam: Maometto ha creato una religione universale concepita come una grande armata.
L’ultima grande spedizione militare di Maometto, a Tabuk, sul confine siriano-bizantino, fu preceduta da una rivelazione divina al profeta “che si configurava come una vera e propria dichiarazione di guerra nei confronti di cristiani ed ebrei, entrambi descritti, stranamente, come non credenti in Allah o nel giorno del Giudizio” (P. Partner). Al suo rientro da Tabuk, Maometto fece una dichiarazione che possiamo ritenere la parola conclusiva del suo messaggio perché sarebbe morto da lì a poco. In essa “garantiva un periodo di grazia di quattro mesi a coloro che rifiutavano l’Islam, scaduto il quale i musulmani avrebbero massacrato tutti i miscredenti non protetti da trattato ovunque li avessero trovati”, scrive Partner.
Ripeto, non vorrei essere frainteso. L’islamismo è una grande religione, con un fortissimo contenuto morale, che ha svolto un ruolo civilizzatore innegabile nelle aree geografiche in cui ebbe origine. Merita non solo considerazione, per questo ruolo e per la sua forza (oggi anche numerica), ma anche rispetto. L’islamismo non può essere ridotto alla volontà di conquista di terre, che pure è un elemento determinante ed essenziale del suo essere nel tempo. Ma tutti gli insegnamenti morali di Maometto valgono all’interno del mondo musulmano, non valgono per gli infedeli nei confronti dei quali è lecito tutto, a cominciare dal mancamento di parola. Ma quali sono per i musulmani i confini del mondo islamico? Islam non è soltanto la comunità dei fedeli ma è anche terra, quella conquistata con le armi e quella dei popoli che si sono convertiti; diventa terra islamica “di diritto” anche quella su cui un musulmano prega una volta sola: paradossalmente, se un seguace di Maometto pregasse Allah dentro San Pietro, la basilica diventerebe automaticamente (per i musulmani) terra islamica provvisoriamente e ingiustamente occupata dal pontefice romano, e quindi obiettivo potenziale di un jihad. Si comprende anche, così, perché la conversione degli “infedeli” non sia mai stata l’obiettivo della “guerra santa” islamica e perché per l’infedele convertirsi non bastava a salvaguardare i suoi diritti di proprietà: il neofita teoricamente diventava proprietà pubblica islamica (fay), a meno che la sua conversione non avvenisse secondo le condizioni fissate da un trattato.
I cristiani latini dell’anno 1095 – l’anno della proclamazione della crociata – tutto questo non lo sapevano. Per loro i musulmani erano semplicemente “pagani”, anche se qualcuno di vista più lunga era propenso a considerarli piuttosto eretici. Non sapevano tutto questo, ma in compenso sapevano altre cose. Per esempio, che quei “pagani” non potevano essere convertiti con facilità al cristianesimo; peggio ancora, quei “pagani” avevano una straordinaria capacità di convertire, di portare a sé gli altri. I cristiani della Siria, del Libano, della Palestina e dell’Africa mediterranea si erano convertiti quasi tutti all’islamismo, alla religione di chi aveva occupato le loro terre, sia per non pagare la tassa particolare imposta dai musulmani agli infedeli e per non subire umilianti discriminazioni (è più semplice vivere condividendo il credo di chi ha il potere: conversioni in massa al cristianesimo si erano avute dopo che Costantino aveva elevato a religione di Stato il messaggio di Gesù), sia perché, forse, l’islamismo sembrava loro una religione più facile da capire e da seguire e anche più “comoda”, meno in contraddizione con le beatitudini terrene. I cristiani latini dell’anno 1095 sapevano anche un’altra cosa: che quei “pagani” che invocavano Allah, a differenza dei Vandali, degli Unni, degli Ostrogoti, ecc., avevano alle spalle un vero e proprio impero – se pur frazionato in diverse entità politiche spesso in lotta fra loro –, una riserva infinita di combattenti; non erano insomma orde alla ricerca di un po’ di bottino (benché fossero anche questo, e talvolta solo questo) ma avanguardie di una civiltà in forte espansione, difficile da fermare. Le vicende spagnole stavano là a dimostrarlo: quando sembrava che gli eserciti cristiani avessero ricacciato indietro gli islamici, ecco che questi si erano ripresi in fretta ed erano tornati all’offensiva con vigore anche maggiore.
Religione capace di un grande proselitismo grazie anche alla semplicità dei suoi dogmi e dei suoi riti, l’islamismo si era diffuso nel mondo in breve tempo e con l’ausilio delle armi (“Il Paradiso sta all’ombra della spada”, “le spade sono la chiave del Paradiso” ha detto Maometto). In un secolo circa i seguaci del profeta avevano costruito un gigantesco impero, più vasto di quello romano al suo apogeo, che andava dalla penisola iberica ai confini dell’India e della Cina, e tentato di spingersi nell’Europa centrale a Est e a Ovest. Se i musulmani non fossero stati fermati nel 717 davanti a Costantinopoli e nel 732 (733 secondo alcuni storici) nei pressi di Poitiers, oggi l’Europa sarebbe islamica.
Alcuni storici negano l’importanza della battaglia di Poitiers, che riducono a scaramuccia, perché le scorrerie musulmane in Francia proseguirono per diverso tempo. Sta di fatto che furono solo scorrerie, azioni banditesche (come tante ce ne erano state e tante ce ne sarebbero state ovunque in Occidente) che non avevano alle spalle un progetto politico-militare. Senza Poitiers avremmo avuto solo azioni banditesche al di qua dei Pirenei? Se i contemporanei videro nella vittoria di Carlo Martello un’impresa decisiva per la Cristianità una ragione l’ebbero e quel che importa infine è come essi percepirono l’evento. Rimane dunque fondata, a mio avviso, l’opinione dello storico Edward Gibbon che senza Poitiers oggi saremmo tutti circoncisi. È vero però che le sconfitte inflitte dai bizantini ai musulmani nell’VIII secolo furono per le sorti della Cristianità (compresa quella latina) più importanti della vittoria di Carlo Martello nei pressi di Poitiers.
Le vittorie cristiane in questo periodo non posero fine all’offensiva musulmana contro l’Occidente, essa si rivolse con decisione verso l’Italia. Nell’831 cadde Palermo, nel 964 fu completata la conquista della Sicilia (presa di Rametta e sterminio dei suoi difensori); finirono in mani musulmane anche Sardegna e Corsica; nell’842 fu presa Bari con il tradimento. Tra VIII e IX secolo l’aggressione musulmana alle città italiane fu continua: Taranto diventò una base per le azioni di pirateria, Cosenza fu assediata, Reggio Calabria conquistata; colonie saracene si stabilirono al Circeo (nei pressi dell’attuale Latina), e a Frassineto sulle Alpi Marittime; nel 935 fu saccheggiata Genova; subirono sacco e distruzione più volte le abbazie di Montecassino e di San Vincenzo al Volturno; Pisa fu assalita nel 1004, Luni distrutta nel 1016, lo stesso anno fu assediata Salerno; anche Benevento conobbe il saccheggio e l’incendio. Era una guerra di rapina essenzialmente, e uno dei beni più preziosi era costituito dagli uomini e dalle donne che venivano rapiti e portati schiavi in Siria, in Egitto, nei paesi berberi: il monaco Bernardo, che viaggiava con un salvacondotto dell’emiro di Bari, racconta che a Trapani erano alla fonda sei navi in cui stavano stipati novemila prigionieri “de Beneventanis christianis”.
L’anno fatale fu l’846, quando Roma fu assalita e la basilica di San Pietro saccheggiata. Insomma quasi tutta la penisola, ad eccezione forse della Valle Padana, fra il IX e il X secolo conobbe incursioni arabe marittime e terrestri. Ci fu un preciso disegno di conquista della “Grande Terra”, come gli arabi chiamavano la nostra penisola? Secondo alcuni storici sì; ma soltanto con l’emiro aglabita di Sicilia Ibrahìm ibn Ahmad, che risalì la Calabria dopo aver conquistato Taormina nel 902, si può cogliere, ha scritto Nicola Cilento, “un disegno di conquista dell’Italia nel messaggio minaccioso in cui egli annunziava la ripresa del gihàd e il proposito di conquistare e distruggere la stessa Roma, colpendo la sede Petruli senis, del ridicolo vecchio Pietro”.
Gli italici, benché divisi, seppero reagire, come avevano fatto gli asturiani e i franchi. Nell’849 una flotta costituita da navi di Napoli, Gaeta e Amalfi, al comando del console napoletano Cesario, affrontò e distrusse nel mare davanti a Ostia la flotta saracena venuta dall’Africa per un nuovo assalto a Roma. In seguito un’altra coalizione formata da Napoli, Gaeta, Capua, Benevento e Salerno, con a capo papa Giovanni X, attaccò il campo musulmano sul Garigliano dal quale erano partite le spedizioni contro le abbazie di Montecassino e di San Vincenzo al Volturno. Nell’876 l’imperatore Basilio scacciò i musulmani dalla Puglia. Nel 1061 i normanni di Ruggero d’Altavilla, con l’appoggio della flotta pisana, presero Messina dando inizio alla riconquista della Sicilia che sarebbe durata trent’anni. Nella penisola iberica per la Reconquista ci sarebbe voluto più tempo anche perché i raffinati e molli almoravidi erano stati scalzati dal potere da una setta che oggi diremmo fondamentalista, quella degli almohadi, gente rozza, combattiva, feroce. Decisive furono la battaglia di Las Navas (1212) e la conquista di Siviglia (1248), cinque secoli dopo la battaglia di Cavadonga che aveva segnato l’inizio della Reconquista.
Alla fine dell’XI secolo in area mediterranea la minaccia islamica risultava ormai contenuta ma non scongiurata. In Oriente era tutt’altra faccenda. L’impero bizantino tra alterne vicende di guerra aveva saputo tener testa all’aggressione islamica pur perdendo molti importanti territori e aveva raggiunto una sorta di convivenza con gli arabi. In quello scorcio di tempo aveva anche visto però levarsi contro di sé una nuova minaccia, quella dei turchi selgiuchidi da poco convertiti alla corrente sunnita dell’Islam.
Nel 1095 l’imperatore Alessio chiese aiuto all’Occidente, aveva bisogno di mercenari per far fronte alla rinnovata offensiva islamica. Il suo appello non cadde nel vuoto. A Piacenza, dove si celebrava il concilio, lo ascoltò papa Urbano II, successore e continuatore della politica di riforma e di affrancamento della Chiesa condotta da Gregorio VII.
Al termine di un altro concilio, quello di Clermont, il 27 novembre 1095 Urbano II convocò una grande adunanza di popolo davanti alla cattedrale e sollecitò la mobilitazione generale dei cavalieri d’Europa perché portassero aiuto ai cristiani d’Oriente e liberassero Gerusalemme oppressa dai musulmani. Era la proclamazione di quella che noi chiamiamo “crociata” (il termine sarebbe comparso solo nel XIII secolo e solo dal XVIII sarebbe stato usato nel significato che noi gli diamo oggi, e già allora con una forte carica polemica), che in quegli anni si chiamava in altro modo: passagium (“passaggio attraverso il mare”), passagium generale (spedizione indetta con bolla papale, interessante l’intera cristianità), iter (“viaggio”), peregrinatio (pellegrinaggio).
L’allocuzione di Urbano II non ci è giunta nel testo originale ma attraverso i racconti dei cronisti, non sempre coincidenti. Fulcherio di Chartres, testimone oculare, ci ha tramandato questa versione: “Poiché, o figli di Dio, gli avete promesso di osservare tra voi la pace e di custodire fedelmente le leggi con maggior decisione di quanto siate soliti, è il caso d’impegnare la forza della vostra onestà (ora che la correzione divina vi ha rinvigoriti) in qualche altro servizio a vantaggio di Dio e vostro. È necessario che vi affrettiate a soccorrere i vostri fratelli orientali, che hanno bisogno del vostro aiuto e lo hanno spesso richiesto. Infatti, come a molti di voi è già stato detto, i Turchi, gente che viene dalla Persia e che ormai ha moltiplicato le guerre occupando le terre cristiane sino ai confini della Romania uccidendo molti e rendendoli schiavi, rovinando le chiese, devastando il regno di Dio, sono giunti fino al Mediterraneo cioè al Braccio di San Giorgio. Se li lasciate agire ancora per un poco, continueranno ad avanzare opprimendo il popolo di Dio. Per la qual cosa insistentemente vi esorto anzi non sono io a farlo, ma il Signore affinché voi persuadiate con continui incitamenti, come araldi di Cristo, tutti, di qualunque ordine (cavalieri e fanti, ricchi e poveri), affinché accorrano subito in aiuto ai cristiani per spazzare dalle nostre terre quella stirpe malvagia. Lo dico ai presenti e lo comando, a morte in viaggio o durante la traversata o in battaglia contro gli infedeli, vi sarà l’immediata remissione dei peccati”.
La crociata proclamata da Urbano II fu dunque una guerra difensiva e di riconquista delle terre cristiane, di liberazione innanzitutto del Santo Sepolcro. Una “guerra santa”, ma non contro l’Islam in quanto religione bensì contro l’Islam in quanto potenza politica, militare e religiosa, una potenza di carattere quasi colonialistico si potrebbe dire.
La liberazione di Gerusalemme fu il fine principale che si pose Urbano II, ma non la fine dell’impresa cui egli aveva dato inizio. Dietro gli obiettivi dichiarati ve ne erano infatti altri, gli stessi perseguiti da Gregorio VII: 1) riconciliare le chiese cristiane di Oriente e Occidente; 2) affrancare la Chiesa dai poteri temporali, fare del pontefice romano l’arbitro della Cristianità; 3) favorire il processo di pacificazione nelle terre cristiane, tra le “nazioni” e all’interno delle “nazioni”, dirottando verso un nemico esterno le energie di una società in piena crescita.
I primi due obiettivi non furono raggiunti. Anzi i rapporti tra le due chiese peggiorarono a causa delle crociate, il saccheggio di Costantinopoli (1204) aprì tra loro una ferita che ancora non si è rimarginata, la Chiesa di Roma si trovò sempre più alla mercè dei potentati laici, le nazioni cristiane sempre più divise, Gerusalemme tornò presto in mani “infedeli”, i regni latini (nei quali alcuni hanno visto una forma di protocolonialismo) non durarono. Il fallimento maggiore, in apparenza, fu proprio quello dei regni crociati, e certo ebbero una vita breve (anche se vigorosa) e la loro difesa costò molto in vite umane e in denaro. Ma gli storici hanno rivalutato il loro ruolo: essi contribuirono in modo significativo “a dirottare le energie espansionistiche dell’Islam, ormai unificato, dall’avanzata in Occidente in un momento in cui, con i regni nazionali ancora non completamente formati, l’Europa rimaneva sospesa in un fragile equilibrio” (M. R. Tessera, in M. Meschini, che rinvia in particolare agli studi di J. Richard).
Il terzo obiettivo (la pacificazione della Cristianità) non sappiamo in quale misura fu perseguito con vera consapevolezza. Certo, la crociata è legata alla “pace di Dio” e alle difficoltà di realizzarla; certo, la crociata è legata all’espansione commerciale e militare delle città italiane e alla diaspora conquistatrice normanna; certo, la crociata va vista anche in relazione alla difficoltà del ceto feudale di adattarsi ai mutamenti sociali ed economici e all’esplosione demografica in Europa. Ma non bisogna confondere ciò che favorisce o rende possibile un evento con le cause dell’evento stesso. Vedere nella crociata una sorta di “valvola di sicurezza” per i cavalieri angariati dalle costrizioni di una “pace di Dio” che vietava le guerre private, come fanno alcuni storici, è puerile. Proprio su quest’ultimo aspetto invece è stato messo l’accento negli ultimi cinquant’anni. “L’Occidente – rileva Flori – avrebbe in certo modo risolto i suoi problemi interni esportando la violenza, inviando i peggiori agitatori a combattere lontano dalle sue frontiere. Se pure vi è una parte di verità in questa visione, essa vale soltanto per un’infima parte dei contingenti crociati. La maggior parte di essi erano più elementi di ordine che di disordine, e la loro partenza ha anzi messo a repentaglio la pace nelle regioni che lasciavano”. Quanto all’avidità che avrebbe spinto i cavalieri cristiani nell’impresa d’Oltremare, Riley-Smith ha dimostrato che il viaggio a Gerusalemme rappresentava per le famiglie un grossissimo peso (l’operazione non era “redditizia”) e si sa che quasi tutti tornarono molto più poveri di quando erano partiti. Certo speranze materiali ci furono, ma esse costituirono soltanto una componente, e marginale, dell’avventura nel segno della Croce.
Il fallimento di molti degli obiettivi dichiarati da Urbano II e di molti di quelli rimasti inespressi ha fatto dire a uno storico autorevole, Jacques Le Goff, che l’albicocca è stata il solo vantaggio che le crociate abbiano portato all’Occidente. Lo stesso storico però, nello stesso libro, riconosce alle crociate un risultato positivo sulla lunga durata: esse sanciscono “la fine di una illusione della cristianità europea, l’idea che la capitale della Cristianità si trovi a Gerusalemme. Da questo punto di vista il fallimento delle crociate costituì una condizione assai favorevole per l’unione europea. Esso – aggiunge Le Goff – sigilla la coincidenza per molto tempo fra cristianità ed Europa”. Una coscienza europea aveva cominciato a formarsi proprio al tempo della Reconquista. È significativo che l’esito della battaglia di Poitiers venga definito una “vittoria degli europei” in una cronaca anonima, la Continuatio hispana, prosecuzione della cronaca di Isidoro di Siviglia. L’Europa, come identità, si formò in rapporto all’Islam, nello scontro con l’Islam. Anche il cristianesimo latino si forgiò in questo scontro che per i credenti in Gesù salvatore costituì, si può dire, un nuovo e più duro confronto con la realtà del mondo terreno.
L’attacco islamico all’Oriente cristiano e all’Europa, cominciato subito dopo la morte di Maometto e durato fino agli inizi del XVIII secolo determinò infatti una vera e propria rivoluzione dottrinale nella Cristianità nei confronti della guerra. Il processo era cominciato molto prima, quando si era stabilita un’alleanza duratura tra la Chiesa e l’Impero in seguito alla conversione di Costantino e alla proclamazione del cristianesimo religione ufficiale dello Stato romano. I cristiani, che condannavano ogni forma di violenza compresa quella difensiva, non più estranei all’Impero, dovettero fare i conti con la realtà della vita, con gli assalti e le distruzioni dei barbari, con la necessità di difendere gli uomini e le chiese di Dio. Il rifiuto del servizio militare (che era stato una delle cause principali delle persecuzioni da parte dello Stato romano) non aveva più giustificazione né senso: difendere l’Impero era lo stesso che difendere la Chiesa, i suoi beni, la sua libertà. Fu Sant’Agostino a porre le premesse di quella che i canonisti avrebbero definito la “guerra giusta”, la guerra intrapresa per ristabilire la giustizia, difendere la patria e la libertà, recuperare beni della Chiesa; “giusta” ad alcune condizioni, fra le quali che essa fosse condotta da soldati immuni da odio o da interessi personali. Le crociate furono sentite come “guerre giuste”, perché difensive e finalizzate a ripristinare la giustizia; ma furono essenzialmente “guerre sante” perché ebbero come fine la restituzione dei luoghi santi alla Cristianità e costituirono per i pellegrini-combattenti uno strumento di salvezza della loro anima.
La “guerra santa” cristiana è diversa dal jihad degli islamici. La prima è il frutto di situazioni straordinarie e contingenti e compare nella Cristianità mille anni dopo la nascita di Cristo. Il jihad invece nasce con l’islamismo, è Maometto stesso a teorizzarlo, e ha come scopo non la difesa o il recupero di luoghi sacri ma la conquista di territori non sottomessi all’Islam; in questi territori è lecito attaccare, saccheggiare, uccidere le popolazioni considerate nemiche che resistono e non si sottomettono all’Islam.
“Molti pensatori musulmani contemporanei – scrive uno dei maggiori storici delle crociate, Jean Flori –, per dissociarsi dalle tendenze estremiste dei movimenti islamisti, mettono l’accento sul senso non guerriero che può rivestire il termine jihad. Ma il senso guerriero è comunque indiscutibile. In modo particolare nei primi tempi dell’Islam e fin dall’epoca del profeta”. La crociata per Flori è quasi l’opposto del jihad. “Il jihad – scrive – è voluto dai fedeli allo scopo di estendere il ‘territorio della fede’ a partire dai santuari che ne formano il cuore: La Mecca, Medina e Gerusalemme. Invece i tre luoghi santi della cristianità, Gerusalemme, Roma, San Giacomo di Compostela, sono tutti e tre situati in zone vulnerabili; tutti e tre sono, o sono stati, invasi dai musulmani, la chiesa di San Pietro è stata saccheggiata, Santiago conquistata, le strade per San Giacomo sono rese pericolose dai pirati, e questi fatti hanno forse contribuito a sacralizzare le battaglie intraprese in Spagna per preservarle dagli attacchi dei ‘pagani’, con una guerra santa. La cosa è possibile ma non sicura. Il caso è invece diverso, per quanto riguarda Gerusalemme, la cui sacralità è infinitamente superiore. La crociata non è quindi, se osiamo dirlo, un semplice jihad: equivale, per i cristiani di questo periodo, a ciò che sarebbe per i musulmani una guerra santa finalizzata a riconquistare La Mecca, se questa fosse caduta nelle mani degli ‘infedeli’, dei non-musulmani. (…) Ultimo aspetto: il jihad è originale nella religione musulmana; la guerra santa non lo è nel cristianesimo. Essa è il risultato di un’evoluzione di quasi mille anni (…). La crociata è una guerra santa che, rispondendo al jihad cui si riallaccia al termine di una rivoluzione dottrinale durata mille anni, volge le spalle alla dottrina evangelica e della Chiesa primitiva per attingere nelle ‘guerre del Padre Eterno’ riportate nell’Antico Testamento argomenti finalizzati a nutrire il suo nuovo atteggiamento”.
Alcuni storici hanno molto insistito sulla “tolleranza” dei musulmani nei confronti dei cristiani e degli stessi ebrei, contrapponendola alla intolleranza dimostrata molte volte dai cristiani, specialmente dai franchi, arroganti e violenti, che non riuscirono a stabilire un buon rapporto né con i musulmani né con i cristiani d’Oriente, tanto meno con gli ebrei che furono le prime vittime della corsa alla liberazione del Santo Sepolcro. Questa tolleranza va capita piuttosto che esaltata. Intanto essa c’era solo nei confronti degli adepti delle religioni rivelate monoteiste: i politeisti erano tenuti a convertirsi o a morire, e questo spiega la durevolezza della conquista islamica dei territori “pagani”. Ebrei e cristiani – i quali agli occhi dei musulmani sono dei credenti parziali, non finiti, che hanno ricevuto solo una parte della rivelazione – potevano invece, in terra islamica, continuare a praticare la loro religione, a condizione di farlo in piena umiltà, senza fare proselitismo e nel rispetto delle leggi e dell’autorità musulmana (questo principio vige tuttora nella maggioranza dei paesi islamici, compresi quelli amici dell’Occidente). A questo prezzo – scrive Flori – essi erano ‘protetti’ (dhimmi) e relativamente poco disturbati malgrado alcune misure a volte umilianti “che sarebbe inutile negare”. Si tratta di misure discriminatorie di fronte al fisco (gli “infedeli” pagavano tasse più alte) e alla giustizia, unite a distinzioni nell’abbigliamento e a un certo disprezzo da parte dei musulmani.
“Tolleranti” nello stesso modo – a parte le violenze della guerra – furono i cristiani. Il comportamento degli uni fu speculare a quello degli altri, come ha ben messo in evidenza Jean Flori. “I cristiani vincitori – scrive – lasciarono agli ebrei la loro antica condizione di dimmi, e la estesero ai musulmani, che poterono così continuare a osservare la loro religione, ad avere i loro tribunali e le loro scuole, e ad andare in pellegrinaggio ai luoghi di culto. Ai musulmani furono lasciate alcune moschee, e tutte le altre furono trasformate in chiese; ma per lo più si trattò di un ripristino, perché molte moschee erano già state delle chiese prima della conquista musulmana. Alcuni edifici erano assegnati a cristiani e musulmani insieme”. Secondo Ibn Jobair, che scriveva nel 1183, la condizione dei musulmani in Palestina era tuttavia meno felice di quella dei cristiani delle terre islamiche; in tutti i territori era vietato l’invito alla preghiera dall’alto dei minareti; ma anche le campane delle chiese – rileva Flori – venivano vietate nelle terre islamiche. Le misure discriminatorie che vennero prese riguardo al vestire erano le stesse che erano state prese nei confronti dei cristiani che vivevano nelle terre dell’Islam; i prigionieri musulmani certe volte venivano uccisi; ma generalmente erano fatti schiavi e si fissava un riscatto, e lo stesso avveniva per i prigionieri cristiani nelle terre islamiche.
Lo scontro tra cristiani e musulmani, in Europa come in Oriente, non comportò sempre odio e disprezzo degli uni per gli altri, non compromise i rapporti tra i due mondi. Nelle stesse cronache del tempo i saraceni e i cristiani non sono sempre descritti in modo negativo, i gesti di lealtà e di umanità vengono riconosciuti e talvolta sottolineati. Nei testi dell’Italia meridionale continentale i musulmani sono detti delinquenti, iniqui, nefanda gens, ma ciò che più sembra colpire i loro autori è la natura scaltra, l’avvedutezza nel compiere il male, la propensione al tradimento dei seguaci di Maometto. Ma non è sulla ferocia e l’astuzia dei musulmani che insistono i cronisti latini, quanto piuttosto sul dissidio tra i cristiani come causa prima dello spadroneggiare degli “infedeli” nella penisola.
In Oriente la crociata non portò soltanto distruzione. La conquista della Terrasanta produsse correnti migratorie di uomini che non erano tutti guerrieri, i pellegrini erano in gran parte contadini e artigiani, e molti erano animati da spirito pionieristico. “Tutto ciò produsse l’evoluzione dell’economia e dei modi di vita e il regresso dell’allevamento nomade o seminomade. Le terre lasciate fino a quel momento incolte, per il passaggio o i pascoli delle greggi, vennero messe a coltura, e quelle a valle furono ulteriormente irrigate. La vigna, e successivamente la canna da zucchero, conobbero grandi progressi. Gli stessi viaggiatori o storici musulmani sottolineano questi successi e le conseguenze politiche della pacificazione: i signori franchi attiravano nelle loro terre quei musulmani che desideravano vivere o lavorare in condizioni di maggiore sicurezza” (J. Heers, in P. Racine).
Per concludere, se le crociate non raggiunsero gli obiettivi che la Cristianità latina si era posti, in compenso portarono altri, non previsti risultati. Facilitarono il processo di pacificazione continentale e favorirono lo sviluppo economico e civile del quale peraltro erano anche un frutto; spianarono la strada al rafforzamento dei poteri regi allontanando dai territori d’Europa molti di quei principi che potevano contrastarli. “Avendo abbreviato e appianato la via verso le monarchie feudali e al tempo stesso facilitato il crescere delle città – scrive Franco Cardini –, la spedizione del 1096 si configura come uno degli eventi fondanti dell’Europa moderna, all’identità della quale contribuì anche conferendole un nemico che in un certo senso svolse un ruolo unificante della sua identità: il mondo musulmano. In questo senso l’impresa si configura come un caso di ‘esportazione della violenza’, un elemento non secondario della pacificazione almeno parziale dell’Europa”. Le crociate non hanno invece allontanato, ma nemmeno avvicinato – secondo Cardini –, Occidente cristiano e Oriente islamico: esse in realtà “furono il volto militare di un processo di scambio, di confronto, d’integrazione, anche di reciproca conoscenza e di reciproca stima, che ebbero i loro aspetti migliori nelle vicende della storia degli scambi culturali e commerciali”.


BIBLIOGRAFIA. Alphandéry P., La cristianità e l’idea di crociata, Bologna, Il Mulino, 1974; Bridge A., “Dio lo vuole”. Storia delle crociate in Terrasanta, Milano, Rizzoli, 1981; Cahen C., Oriente e Occidente ai tempi delle crociate, Bologna, Il Mulino, 1986; Cardini F., Le crociate tra il mito e la storia, Roma, Nova Civitas, 1971; Studi sulla storia e l’idea di crociata, Roma, Jouvence, 1993; La Croce, la spada, l’avventura. Introduzione alla Crociata, Rimini, Il Cerchio-Ravenna, Itacalibri, 2000; Europa e Islam. Storia di un malinteso, Bari, Laterza, 2001; In Terrasanta. Pellegrini italiani tra Medioevo e prima età moderna, Bologna, Il Mulino, 2002; Le crociate in Terrasanta nel Medioevo, Rimini, Il Cerchio, 2003; Daniel N., Gli arabi e l’Europa nel Medio Evo, Bologna, Il Mulino, 1981; Erdmann C., Alle origini dell’idea di crociata, Centro Italiano di Studi sull’Alto Medioevo, Spoleto, 1996; Flori J., Le crociate, Bologna, Il Mulino, 2001; La guerra santa. La formazione dell’idea di Crociata nell’Occidente cristiano, Bologna, Il Mulino, 2001; Le Goff, Il cielo sceso in terra. Le radici medievali dell’Europa, Bari, Laterza, 2004; Leoni A., La Croce e la Mezzaluna. Le guerre tra le nazioni cristiane e l’Islam, Edizioni Ares, Milano, 2002; Meschini M. (a cura di), Mediterraneo medievale. Cristiani, musulmani ed eretici tra Europa e Oltremare, Milano, Vita e Pensiero, 2001; Minois G., La Chiesa e la guerra. Dalla Bibbia all’èra atomica, Bari, Dedalo, 2003; Partner P., Il dio degli eserciti. Islam e cristianesimo: le guerre sante, Einaudi, Torino, 1997; Prawer J., Colonialismo medievale. Il regno latino di Gerusalemme, Roma, Jouvence, 1982; Racine P. (a cura di), Piacenza e la prima crociata, Reggio Emilia, Diabasis, 1995; Rey-Delqué M. (a cura di), Le crociate. L’Oriente e l’Occidente da Urbano II a San Luigi 1096-1270, Milano, Electa, 1997; Richard J., La grande storia delle crociate, Roma, Newton Compton, 1999; Riley-Smith J., Breve storia delle crociate, Milano, Mondatori, 1994; Rousset P., L’ideologia di crociata, Roma, Jouvence, 2000; Runciman S., Storia delle crociate, Torino, Einaudi, 1966; Zaganelli G. (a cura di), Crociate. Testi storici e poetici, Milano, Mondatori, 2004.
 
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COMMENTI

04-05-2008 • Adriano Ferro

Mi sembra che commento migliore di quanto scritto all'inizio dell'articolo non ci possa essere. La diseducazione che si attua nella scuola europea da parte di insegnanti ignoranti e faziosi e di libri di testo adottati dagli insegnanti a loro immagine e somiglianza, è un gravissimo problema attuale e urgente. Come affrontarlo - da ex insegnante di scuola superiore - non saprei suggerire. Ne ha parlato ieri, a Chioggia, in un'interessante intervista con il direttore del quotidiano La Nazione, il presidente prof. Marcello Pera. Chi ha qualche suggerimento da proporre si faccia avanti.
09-10-2009• Matteo Imperiali
Posso anche essere d'accordo con quasi la totalità del testo.Tuttavia non concordo affatto sul fatto che i militari nato-onu in Ex Jugoslavia abbiano difeso i bosniaci-musulamni dall'idiozia omicida del nazionalismo serbo e croato. O almeno non lo hanno fatto così bene come avrebbero dovuto. Quando dico questo il pensiero corre, inevitabile, a Sebrenica, strage compiuta sotto glio occhi dei caschi blu francesi....Inoltre il concetto odierno di terrorista andrebbe rivisto. Terrorista è colui, lo dice il termine stesso, provoca terrore, quindi paura, insicurezza, senso di desolazione. Terrorista è, senza alcun dubbio alcuno, il kamikaze che si fa esplodere su un autobus, in un mercato o che si getta con un camion contro un edifici pubblico. terrorista è colui che uccide persone inermi e non armate, i civili. Ma allora terroristi sono anche i piloti nato che bombardano obiettivi civili e distruggono scuole, ospedali, case, e infrastrutture civili.....
19-11-2009• Franco Masini
Bellissimo l'excursus storico di Carlo Cerbone (presumo Prof di storia medioevale) e concordo pienamente, ci mancherebbe altro! Non occorreva tanta sovrabbondanza di dati e correlazioni in quanto siamo in moltissimi ad essere convinti che i Crociati, anche se inevitabilmente vi forono fra loro alcuni "baronetti" o secondi genniti (per non parlare dei terzi, quarti ecc!) di scarsa fede ma di avide speranze, ebbene la maggior parte venne in Palestina a liberarla dai Turchi, come si diceva. Gli altri, i musulmani si sa che tirano l'acqua al loro mulino! Mi meraviglia semmai l'accusa agli insegnanti della nostra scuola che travisano non solo la storia, ma anche le intenzioni degli altri, dei crociati intendo, a che titolo? In che modo? su che cosa basano le loro accuse? Non saranno frutto anch'esse della moda attuale di dare addosso al Cattolico-Cristiano? Per quanto riguarda invece il rimedio a tale assurda situazione proporrei che, a spese delle stato e con urgenza, venga indetto un ciclo di conferenze tenute dall'emerito Prof. Franco Cardini (del quale ho letto quasi tutta la produzione editoriale) e che stimo moltissimo il quale con quel suo simpatico accento senese (o aretino?), ma soprattutto con la coscienza di vero studioso e non di parte, come purtroppo avviene oggi, provvederà Lui a divulgare la "vera scienza e conoscenza". Grazie Franco Masini
 
 
 
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